Da Internet all’Intelligenza artificiale: paure e opportunità
La ricerca va avanti in tutto il mondo: oggi si parla anche di sistemi ibridi, ma l’uomo non è ancora sostituibile secondo gli espertiPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
L’intelligenza artificiale condiziona la nostra visione del futuro. Oggi, se ne parla tanto. Dalla creazione di testi e sistemi applicati alla robotica fino alla riproduzione di immagini e tante altre azioni quotidiane che fino a qualche anno fa erano impensabili per un computer, al momento utilizzano questa nuova opportunità. La tecnologia ha fatto passi da gigante e siamo partiti dalla semplice capacità di aumentare le nostre attività archivistiche fino ad arrivare alla possibilità di mettere in connessione elementi per ottenere qualcosa di nuovo. Meccanismi spiegati molto bene da Gino Roncaglia, docente universitario all’Università della Tuscia, filosofo e saggista, nel suo ultimo libro “L’architetto e l’oracolo”, in cui spiega l’evoluzione della tecnologia e soprattutto le similitudini con i sistemi neuronali, almeno per quanto riguarda alcuni meccanismi funzionali.
L’intelligenza ibrida
Oggi sappiamo dove siamo arrivati ma non conosciamo ancora l’evoluzione di tutto questo anche se ci affanniamo a pensare e ipotizzare le possibili novità. Qualcosa però appare di continuo all’orizzonte. Per esempio, nei giorni scorsi è stata pubblicata sulla rivista “Nature Human Behaviour”, una ricerca guidata dall’Università Cattolica di Milano e nata dalla collaborazione tra discipline diverse, che vanno dalla neuropsicologia fino all’informatica e dalla filosofia fino alla linguistica, che teorizza una nuova forma di intelligenza chiamata “Sistema 0”, risultato dell’interazione tra quella umana e quella artificiale, destinata a potenziare le capacità del cervello umano, che però dovrà cercare di governarla. E questo è un altro tema.
I ricercatori che hanno teorizzato la nuova forma di intelligenza parlano di “pensiero ibrido”, diverso dal sistema intuitivo (Sistema 1) ma anche dal pensiero analitico e riflessivo (Sistema 2). Questo pensiero, hanno detto nei giorni scorsi all’Ansa i coordinatori della ricerca Giuseppe Riva, direttore dello Humane Technology Lab dell’università Cattolica di Milano e del Laboratorio di tecnologia applicata per la Neuropsicologia dell’Istituto Auxologico italiano di Milano, e Mario Ubiali fondatore e Ceo della startup Thimus, potrebbe segnare “un passo in avanti epocale nell’evoluzione della nostra capacità di pensare e prendere decisioni”. "Sarà compito dell’umanità - aggiungono - garantire che questo progresso sia utilizzato in modo da migliorare la nostra autonomia cognitiva, senza comprometterla".
Secondo i ricercatori lo sviluppo di questo nuovo “Sistema 0” dipenderà dalla capacità degli umani di interagire con l’intelligenza artificiale. “Il rischio è di affidarsi troppo al Sistema 0 senza esercitare un pensiero critico. Se ci limitassimo ad accettare passivamente le soluzioni offerte dall’intelligenza artificiale - osservano - potremmo perdere la nostra capacità di ragionare autonomamente e di sviluppare idee innovative. In un contesto sempre più dominato dall’automazione, è fondamentale che gli esseri umani continuino a interrogarsi e a mettere in discussione i risultati generati dall’Ia”.
L’autonomia umana
In sostanza, viene valorizzata la capacità degli essere umani di mantenere una certa autonomia rispetto a questi sistemi di intelligenza artificiale. “Non potrà mai sostituirsi alla nostra capacità di pensiero critico, ma solo aiutarla” scrive il gruppo di ricerca, del quale fanno parte anche Massimo Chiriatti del gruppo Infrastructure Solutions Group di Lenovo, Marianna Ganapini del dipartimento di Filosofia dell’Union College a New York, Enrico Panai della Facoltà di Lingue straniere e linguaggio della scienza dell’Università Cattolica di Milano. Quello che vedono i visionari componenti del team di ricerca è questo: l’intelligenza artificiale potrà giocare un ruolo primario nel costituire una sorta di grande hard disk esterno alla nostra mente, capace di fornire enormi capacità di dati e una enorme capacità di calcolo, mentre resterà in capo al pensiero umano la facoltà di interpretare i dati e organizzare le informazioni. Quello che ci salverà, in altre parole, è il pensiero critico, indispensabile anche per una continua verifica della trasparenza dei sistemi di IA e per continuare a governare i propri comportamenti.
Da Internet a oggi
Lo sviluppo di queste nuove tecnologie avviene a 55 anni da quando, il 29 ottobre del 1969, venne sperimentata la comunicazione in rete. In quella data, infatti, un piccolo team dell’Università della California (Ucla) provò a mandare un messaggio all’ateneo di Stanford attraverso Arpanet, precursore di Internet usato dal ministero della Difesa degli Stati Uniti. Il tentativo venne fatto cercando di trasmettere il testo “Login”, ma la rete andò in crash quando venne digitata la lettera “o”. L’esordio non fu dei migliori ma, dopo circa un’ora di tentativi, andò a buon fine e aprì la strada a quello che accade oggi, con miliardi di comunicazioni scambiate nel mondo via email, Skype o WhatsApp. Nel 1969 erano solo quattro gli istituti universitari collegati tra loro attraverso la rete Arpanet che metteva insieme coloro che lavoravano con il Dipartimento della Difesa Usa: oltre alle due già citate, c’erano anche Santa Barbara e l’Università dello Utah. Appena due anni dopo, nel 1971, la prima email venne inviata dal ricercatore del Mit, Ray Tomlinson, mentre il Web come lo utilizziamo oggi venne immaginato nella forma moderna dall’informatico britannico Tim Berners-Lee al Cern di Ginevra e la prima pagina Web pubblicata nel 1991, tre anni prima che L’Unione Sarda diventasse il primo quotidiano in Europa a sbarcare appunto su Internet. Amazon è arrivato poi nel 1995, Google nel 1998, iTunes nel 2003, Facebook nel 2004. Oggi, solo su WhtasApp, ci sono due miliardi di utenti e 100 miliardi di messaggi inviati ogni giorno.
Nessun timore
Per tornare a oggi e ai timori sull’intelligenza artificiale, dopo lo sviluppo tempestoso di Internet e del mondo digitale, resta il fatto che i nuovi sviluppi della tecnologia vanno dominati e non subiti. “L’intelligenza artificiale non capisce niente, non è infallibile. Molti pensano il contrario. È solo istruita a ripetere quel che ha imparato, in maniera non totalmente meccanica, trova correlazioni tra i simboli più probabili, dunque fa anche errori madornali, bisogna stare attenti”, ha spiegato l'italo-statunitense Federico Faggin, fisico e inventore di fama internazionale, autore di ricerche fondamentali per la realizzazione di touchscreen, oltre che sviluppatore della tecnologia Mos per la fabbricazione dei primi microprocessori e delle memorie Ram dinamiche. “È un gioco di simboli - prosegue - ma non c’è significato. Le macchine non fanno questa distinzione che facciamo noi uomini, se la facessero capirebbero. Ma le macchine non capiscono nulla, hanno il buio dentro. Gli individui, invece, hanno un mondo dentro, che in un certo senso proiettiamo fuori. Questo è il nostro campo cosciente”. In sostanza, per concludere, anche Faggin ritiene che la nostra coscienza sia il contenitore di sensazioni e sentimenti non riproducibili dalle macchine. E questo fa la differenza. E se l’uso dell’intelligenza artificiale servirà per risparmiare l’80-90% del tempo, non potrà andare oltre risposte banali e piatte, ma senza il carico di emozioni, etica e libero arbitrio, che sono solo umani. E per ora non riproducibili.