Non solo il 25 novembre: il contrasto agli stereotipi contro la violenza di genere
I dati Istat dipingono una realtà in chiaroscuro: il prezioso lavoro dei centri sull’educazionePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Il 25 novembre arriva implacabile ogni anno con la sua ondata di panchine e scarpette rosse e migliaia di iniziative (tutte importanti) grandi e piccole. La violenza maschile sulle donne arriva, anch’essa implacabile, ma tutti i giorni. Anche in Sardegna malgrado sia stata una Regione apripista con le legge che ha istituito i centri antiviolenza. «Nel 2024 nell'isola i femminicidi sono aumentati del 200% rispetto all'anno precedente». Sono 27 le donne vittime di femminicidio negli ultimi sette anni. A dare l'allarme, qualche settimana fa, la Garante per l'infanzia e l'adolescenza della Sardegna Carla Puligheddu. Non a caso. Non solo bambine e ragazze sono vittime ma spesso i carnefici sono loro coetanei come emerge da rilevanti fatti di cronaca.
Un’emergenza che è anche educativa come emerge dai dati preliminari provenienti dall’indagine Istat sugli stereotipi di genere e l’immagine sociale della violenza analizzati e rilanciati dalla Fondazione Openpolis. Un’analisi che mette in relazione come gli stereotipi di genere siano ancora radicati nella società e possano contribuire a creare un terreno fertile per la violenza esercitata sulla base di un’idea di possesso e di negazione dell’autonomia femminile.
Sono ancora decisamente elevate le percentuali di chi è legato a modelli familiari “tradizionali”. Oltre un intervistato su 5 condivide che gli uomini siano “meno adatti ad occuparsi delle faccende domestiche” (21,4% in media, 24,6% tra i maschi), che una donna abbia bisogno dei figli per essere completa (20,9%, 24,2% tra gli uomini) e che il successo nel lavoro sia più importante per l’uomo (20,4%, senza particolari differenze di genere). E più donne che uomini ritengono che sia compito delle madri seguire i figli e occuparsi delle loro esigenze quotidiane.
La violenza
La tolleranza verso forme di violenza fisica all’interno di una coppia è diminuita, ma non è scomparsa. Il 2,3% del campione intervistato continua infatti a ritenere accettabile che “un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha civettato/flirtato con un altro uomo”. Quasi il doppio (4,3%) considera tollerabile che “in una coppia ci scappi uno schiaffo ogni tanto”. E tra i giovani ben il 10 per cento dichiara accettabile il controllo maschile sul telefono, o altri mezzi di comunicazione della compagna. Quasi un uomo su 5 pensa che le donne possano provocare la violenza in base a come si vestono e quasi il 40 per cento (ma anche – inaspettatamente – il 29 per cento delle donne) ritiene che la donna possa sottrarsi a un rapporto sessuale se non lo vuole.
Il lavoro dei centri
Per queste ragioni il ruolo educativo è uno degli obiettivi dei centri antiviolenza. Quasi 9 centri su 10 dei 385 censiti in Italia – in base ai dati di Openpolis – ha svolto attività di informazione e formazione nelle scuole in otto regioni e tra queste la Sardegna. «Da sempre lavoriamo tutto l’anno con le scuole a cominciare dalle elementari perché è tra i più piccoli che si contrastano gli stereotipi», spiega Patrizia Desole di Prospettiva Donna, storica associazione di Olbia che gestisce il centro e la casa rifugio: «Siamo state capofila di un progetto regionale di formazione, che ha coinvolto anche i media con Giulia giornaliste, e recentemente abbiamo fatto formazione per gli insegnanti». Con un occhio alla diffusione sul territorio. «Abbiamo coinvolto non solo le scuole dei grandi centri ma anche quelle dei paesi che spesso hanno meno opportunità affinché , nessuna scuola resti indietro».
La fondazione Cecchettin
In questi giorni non c’è scuola che non abbia aperto le sue porte al tema della violenza sulle donne, non c’è istituzione che non abbia presentato un’iniziativa. Ma il contrasto alla violenza di genere è un lavoro a lungo termine. È uno degli obiettivi della fondazione Giulia Cecchettin nata dal coraggio della famiglia della ragazza di 22 anni, uccisa un anno fa da uno spietato assassino nascosto dietro l’immagine del bravo ragazzo. Uno che non accettava di essere stato lasciato e non tollerava che Giulia si laureasse prima di lui. Un femminicidio maturato nel nord evoluto del Paese, in un contesto di persone istruite, in una coppia di universitari nati negli anni Duemila. Una storia simbolo di come la violenza sia trasversale. «La fondazione – ha spiegato Gino Cecchettin nella presentazione alla Camera – ha il compito di educare per produrre un cambiamento. La violenza di genere è frutto di un fallimento collettivo, non è solo una questione privata».