"Mi chiedete cosa è stato il Neorealismo. Io, Roberto Rossellini ed altri abbiamo scattate le fotografie dell'Italia dall'8 settembre 1943 fino al dopoguerra avanzato. I significati e le conseguenze dirette di queste diapositive le abbiamo trasportate nel Cinema".

Così Vittorio De Sica definiva il "Neorealismo", trave portante di tutta la nostra Settima Arte.

Per circa un decennio noi italiani eravamo all'apice della cinematografia mondiale: gli specialisti del settore, specie americani, venivano dai paesi stranieri per studiare le tecniche adoperate dai nostri famosi cineasti, e facevano tesoro degli aspetti di vita presentati.

La spiegazione era di una semplicità cristallina: De Sica in primis aveva capito che il Cinema, secondo una sua personale visione, dovesse abbandonare i classici cànoni fino a quel momento in auge e trasformarsi nella disamina nuda e cruda, nel bene e nel male, dell'Italia affamata e in miseria del dopoguerra. A tal fine, inevitabile la ricerca, quasi generalizzata con qualche eccezione, di attori presi dalla strada e fatti recitare d'istinto; praticamente introvabile il consolatorio "lieto fine"; il dopoguerra presentava al mondo un'Italia in disfacimento soprattutto morale: i nostri padri e nonni ci hanno ben descritti quei terribili anni di disorientamento; la ripresa economica iniziò dopo oltre un quindicennio.

Il Neorealismo ha raccontato questa trasformazione presentando storie di personaggi sconosciuti entrati nella leggenda, con curiose e beffarde contraddizioni, che ancora fanno venire brividi di risentimento: mentre in Italia queste pellicole venivano in gran parte osteggiate dalla politica del tempo e soprattutto dalla Chiesa romana, quando proiettate all'estero ricevevano viceversa trionfali ed entusiastici giudizi, premi Oscar, aventi la benefica proprietà di far zittire i contestatori nazionali.

Quale misterioso impulso spingeva i vari Giulio Andreotti e l'Osservatore Romano a condannare i film? Si sosteneva che i "panni sporchi" nostrani non dovessero fuoriuscire e fatti osservare agli stranieri; addirittura l'Osservatore Romano affermò che "Ladri di biciclette", il titolo più rappresentativo, mai sarebbe dovuto comparire nelle sale cinematografiche. Ad ognuno la libertà di giudizio ed eventuale compatimento.

Fra una messe di pellicole, tutte naturalmente in bianco e nero, lo scrivente deve operare scelte difficili: impegno gravoso e rinunce dolorose. Precedenza alla storica pellicola di De Sica; gli altri capolavori in rigoroso ordine alfabetico.

De Sica con due interpreti nella preparazione di "Ladri di Biciclette" (foto Sconamila)

LADRI DI BICICLETTE, di Vittorio De Sica - 1948 - con Lamberto Maggiorani, Enzo Stajola, Lianella Carell.

Punto d'aggregazione di tutto il Neorealismo, culmine massimo della coppia Vittorio De Sica-Cesare Zavattini come soggettista.

Simbolo del sottoproletariato di periferia che nel dopoguerra ambisce alla bicicletta quale indispensabile strumento di lavoro, e per il cui acquisto si vende tutta la biancheria, lenzuola comprese.

Quando gli viene rubata, inizia l'odissea dell'inutile ricerca, con l'inevitabile sconfitta nel momento disperato di volerla riottenere in modo fraudolento.

Il motto di De Sica risulta esplicativo: il destino dei miserabili sbatte contro barriere umane che non potrà mai superare.

Quasi interamente girato in mezzo alla gente in quella Roma colma di veggenti, pane e preghiera tramite offerta pecuniaria, superstizione al massimo, osservazione dal vivo di un campionario di promiscuità entrato nella storia.

Interpreti individuati a caso: Maggiorani, operaio alla Breda, fu scelto perché camminava ed appariva reduce da mille battaglie; il bambino Stajola faceva gestacci ed importunava tutti in un circolo dove De Sica era presente: non se lo lasciò sfuggire; la Carell, giornalista, chiese un'intervista al regista, e vedendola De Sica la scritturò.

Queste improvvisazioni hanno decretato il mito del film. Consigliabile la visione nell'edizione restaurata, essendo l'originale molto deteriorato. E' il film italiano più famoso nel mondo.

De Sica con uno dei prtagonisti di "Ladri di biciclette" (Foto Sconamila)

I BAMBINI CI GUARDANO, di Vittorio De Sica - 1943 - con Isa Pola, Emilio Cigoli e Luciano De Ambrosis.

E' ufficialmente la pellicola, facente commuovere il mondo intero, che segna cinematograficamente la fine del fascismo. Il regista, dopo l'8 settembre, più libero dalle opprimenti censure imposte dal regime, sferra un attacco senza precedenti al mondo borghese intriso di falso perbenismo e alla "famiglia" immacolata (si pensi al poco edificante esempio negativo di Mussolini in persona), imposta dalla noiosissima filmografia del Ventennio. Non solo: ad essere protagonista del crollo famigliare è lei, la moglie, che senza scrupoli determina il suicidio del marito e la perpetua perdita di affezione da parte del piccolo figlio. Il finale da antologia, con De Sica che piazza la telecamera sul pavimento con primi piani impensabili per meglio rappresentare il dramma di un bambino che ripudia la madre e si affida alle benemerite suore, rimane una delle vette più alte della sua Arte.

CACCIA TRAGICA, di Giuseppe De Santis - 1947 - con Andrea Checchi, Massimo Girotti e Vivi Gioi.

Impietoso affresco del dopoguerra con la presenza indifferenziata di personaggi negativi e positivi alla conquista di uno spazio sociale che la rovina del conflitto aveva generato. Emerge la funzione straordinaria del tentativo di formare le famose "cooperative", che con sforzo e sacrifici collettivi diedero vita alla rinascita dell'Italia, in particolare quella settentrionale.

De Santis mostra anche un lucido ottimismo ed una speranza per il futuro, permettendo idealmente e simbolicamente che il colpevole di un gravissimo misfatto, sinceramente pentitosi, possa ricevere un parziale perdono da parte del "gruppo" intento ad organizzare un domani positivo.

IL CAMMINO DELLA SPERANZA, di Pietro Germi - 1950 - con Raf Vallone ed Elena Varzi. Il Neorealismo entra a fondo anche nel "come eravamo" alla fine della guerra.

Un gruppo eterogeneo di Favara, disperato per la mancanza di lavoro e prospettive, vende tutte le masserizie, stracci compresi, e dalla Sicilia, dopo aver pagato un imbroglione accompagnatore che si dilegua (la storia attuale ha chiare origini..), tenta un viaggio attraverso l'Italia nella speranza di raggiungere contro la legge e clandestinamente la Francia.

Emergono i primi contrasti caratteriali fra il sud ed il nord del nostro Paese. Roma, punto di passaggio, appare una città opprimente, senza scrupoli e luogo di perdizione.

Nella drammatica fase finale, spicca per i pochi rimasti il concetto di "solidarietà fra nazioni diverse". Germi è un maestro nel mostrare la variegata Italia: quella che tenta di riprendersi, e l'altra legata a tradizioni secolari. Indimenticabile colonna sonora. La pellicola fu purtroppo falcidiata dalla censura.

Pietro Germi (archivio L

DUE LETTERE ANONIME, di Mario Camerini - 1945 - Con Andrea Checchi, Clara Calamai e Otello Toso.

Una tipografia è lo scenario ideale per mostrare con compiutezza l'atmosfera italiana del dopo 8 settembre, fra chi collabora ancora coi nazisti e coloro che si apprestano alla Resistenza. Noi spettatori siamo i giudici.

Camerini prende a pretesto la licenza temporanea di un reduce dalla Russia per osservare spietatamente un popolo allo sbando, travolto dall'incertezza ed alla mercè di approfittatori in agguato dovunque.

Lucidissima esposizione senza riguardi per nessuno, una di quelle pellicole che dovrebbero essere divulgate. Una menzione particolare per Clara Calamai, una delle nostre più grandi attrici, impegnata in un ruolo intricato, difficile e per niente consolatorio.

DUE SOLDI DI SPERANZA, di Renato Castellani - 1952 - con Vincenzo Musolino e Maria Fiore.

Centro propulsivo del film è Napoli col suo entroterra, le immancabili caratterizzazioni tipiche della regione, la numerosissima folla che circonda i due simpatici e snaturati protagonisti (Maria Fiore era un'imberbe e sconosciuta adolescente), le esagerate divergenze di vedute fra genero e futuro suocero, i tragicomici equivoci legati a supposti tradimenti di "lui", bellimbusto ma in fondo persona dal cuore d'oro.

Come di consueto, sarà il classico "vicinato", valore fondante della commistione popolare ben nota all'ombra del Vesuvio, a risolvere (per quanto tempo?) le incertezze ed anticipare ai due sprovveduti interpreti l'illusoria dose di una speranza forse ben riposta.

FUGA IN FRANCIA, di Mario Soldati - 1948 - con Folco Lulli, Pietro Germi ed Enrico Olivieri.

Soldati, sia dietro la macchina da presa che come narratore, scrittore poetico nonché documentarista, è stato uno dei massimi conoscitori della società italiana.

Anche lui, prendendo stavolta Germi fra i protagonisti, comunica il persistente tentativo nel dopoguerra di raggiungere la Francia in modo clandestino.

Fu un fenomeno, questo, che forse noi immemori non conosciamo con la dovuta intensità e compiutezza.

Soldati mette tutti nel calderone dei tentativi di emigrazione illegale forzata, sia ex gerarchi desiderosi di sfuggire alla cattura, che semplici cittadini speranzosi di rifarsi una vita.

Anche da interprete Germi è eccezionale. L'oscuro Lulli, nei panni del gerarca, offre nella sua crudeltà una prova indimenticabile. Anche stavolta le pene del bambino di turno saranno alleviate dalla bontà umana.

GERMANIA ANNO ZERO, di Roberto Rossellini - 1948 - con Edmund Meschke.

Quando uscì, la stampa nostrana del tempo scrisse che se noi italiani piangevamo, la Germania di certo non poteva ridere.

Rossellini va in trasferta a Berlino, gira le riprese, come faceva De Sica in Italia, con scarsi mezzi a disposizione, in mezzo alla gente della metropoli simbolo del nazismo, ancora colma di macerie, abitata da persone assuefatte ad osservare il nulla ed al colmo della disperazione.

Il regista simboleggia in modo perfetto la desolazione generale individuando in un ragazzino, troppo giovane per supportare economicamente il genitore e tenere a bada la propria famiglia sull'orlo della depressione mentale, la vera vittima spirituale del nazionalsocialismo.

Il tragico finale testimonia l'inevitabile conseguenza della catastrofe.

Assoluto capolavoro incredibilmente snobbato dalle autorità e dal pubblico italiano.

MIRACOLO A MILANO, di Vittorio De Sica - 1951 - con Francesco Golisano ed Emma Gramatica.

Da Roma e dalla bicicletta rubata, De Sica si trasferisce con la cinepresa a Milano: il suo scandaglio dell'Italia del dopoguerra è impietoso e senza soste; interpreti improvvisati e collaborazione con Cesare Zavattini continua e ininterrotta.

Centro propulsore sono sempre gli emarginati, i pezzenti, i senza speranza, coloro che campano alla giornata e si vedono sfrattare dai campi anche dopo aver trovato un illusorio e forse vagheggiato petrolio, preso a pretesto per un assurdo tentativo di uscita dal guscio della miseria.

De Sica dirige una favola in un'Italia che pretendeva concretezza materiale; sembra quasi voglia dimostrare quanto nella vita della povera gente sia indispensabile anche girovagare fra le nuvole sopra una scopa partendo da Piazza Duomo, alla ricerca di "persone affettuose" che possano accoglierli finalmente con bontà.

Anche in questa occasione, la Chiesa condannò film e regista: per lo scrivente, un autentico mistero ed un senso del ridicolo. Strepitoso successo all'estero.

Folla in fila a Parigi per "Miracolo a Milano" (foto Sconamila)

IL POSTO, di Ermanno Olmi - 1960 - con Sandro Panseri e Loredana Detto.

Anche in questo film è protagonista Milano ed il suo circondario. Credo che la pellicola sia non molto conosciuta e bisognerebbe presentarla a certa moltitudine di giovani in attesa di improbabili manne dal cielo.

Pur in presenza di tante assurdità burocratiche, ed in compagnia di personaggi ai limiti estremi della caricatura, che in teoria potrebbero scoraggiare chi tentasse di avventurarsi all'interno dei suoi meandri inesplicabili, il giovane pieno di turbamenti esistenziali non si arrende. Chi ha costanza, vince, anche se il risultato ottenuto, il famoso posto fisso, può dimostrarsi piuttosto alienante.

Il giovane Panseri, figlio di un operaio, arriva dall'hinterland e si addentra in quella Milano che Olmi coglie nel pieno della trasformazione urbanistica, con tanto di "lavori in corso" in piena attuazione. Il ragazzo incontra una coetanea nelle sue stesse condizioni, fanno amicizia, in lui emergono le prime pulsioni sessuali ed in contemporanea gli estenuanti colloqui per ottenere il famigerato "posto", simboleggiante lo scopo precipuo di vita.

Un neorealismo degno di nota. Osservare la modalità del Capodanno organizzato dal dopolavoro un sessantennio fa, rabbrividisce al cospetto della tradizione odierna. Quale preferire?

Ermanno Olmi (archivio L

RISO AMARO, di Giuseppe De Santis - 1949 - con Vittorio Gassman, Raf Vallone, Silvana Mangano e Doris Dowling. Trionfo mondiale, e per fortuna anche nazionale, per questo capolavoro avente per sfondo l'attività sul terreno viscido e fangoso delle mondine.

Giuseppe De Santis fu definito "il regista di poche pellicole, ma ognuna brillante come i rarissimi diamanti". I quattro interpreti famosi, molto giovani, sono rimasti nella memoria collettiva. Ruberie, ricatti, invidie, vendette, in un'Italia del dopoguerra alla disperata ricerca di un posto al sole seppur maligno che allontanasse dalla mente gli anni pregressi.

Potrebbe definirsi un neorealismo allo stato brado e primordiale, con le donne che dopo un ventennio di costretta remissività, incominciano a conoscere il proprio corpo. Inevitabile il tragico finale.

Silvana Mangano con Alberto Sordi e Dino De Laurentis (archivio L

ROCCO E I SUOI FRATELLI, di Luchino Visconti - 1959 - con Renato Salvatori, Annie Girardot, Alain Delon, Katina Paxinou e Claudia Cardinale. Cosa si può aggiungere di questa pellicola che insieme a "Ladri di biciclette" e "La dolce vita" è la più famosa della settima arte italiana nel mondo? Questi tre film, lo scrivente può testimoniarlo, ancora a distanza di decenni, suscitano entusiasmi all'estero anche da parte del settore giovanile.

Visconti analizza fino allo spasimo, senza alcuna concessione alla speranza, l'inevitabile sfascio dell'istituzione famigliare che per motivi di sussistenza debba trasferirsi dall'estremo sud in quella Milano che lui, volutamente ed ossessivamente, mostra, in un magnifico bianco e nero, fredda, per nulla accogliente, pronta ad aggredire i meridionali, ed inevitabilmente provocare sfaldamenti all'interno del loro nucleo.

Oltre che sociale, assomiglia ad una dramma della letteratura, considerando anche i due fratelli più in vista che si invaghiscono della stessa donna, non propriamente un'educanda ingenua.

Difficile quantificare il finale, col simbolo dell'Alfa Romeo in

evidenza: lo stesso fratellino simboleggiante la purezza, percorre di corsa l'immenso viale e sparisce in lontananza senza che conosciamo i suoi esatti sentimenti. Ma la grandiosità del film, spietatamente falcidiato dalla censura, consiste nell'analisi personale dello spettatore.

ROMA CITTA' APERTA, di Roberto Rossellini - 1945 - con Anna Magnani e Aldo Fabrizi. Il regista questa volta si avvale, oltre che di sconosciuti scelti a caso, di due grandi interpreti quali la Magnani e Fabrizi, ed è indubbio quanto queste due illustri presenze incidano sulle vicende dei più variegati personaggi nei giorni della Liberazione della capitale.

Colpisce lo spettatore, ancora oggi, in particolare l'evidente mancanza di mezzi tecnici adeguati alla bisogna che Rossellini non possedeva in quei frenetici giorni. Potremmo definire il film "una trasmissione in presa diretta", decisa all'ultimo istante.

Il vero problema di oggi, a parere dello scrivente, sarebbe conoscere il pensiero delle persone che lo guardano per la prima volta, in specie gli studenti. Non è un mistero che all'estero sia ammirato senza riserve.

Claudia Cardinale (archivio L

UMBERTO D., di Vittorio De Sica - 1952 - con Carlo Battisti e Maria Pia Casilio.

Fra i più strazianti, per il pessimismo che esprime, del Neorealismo di De Sica. E' tuttora considerata, insieme a "Il posto delle fragole" di Ingmar Bergman, la più significativa e immortale pellicola dedicata al delicato tema della Vecchiaia.

De Sica accomuna tre personaggi cardine: il vecchio pensionato dipendente statale con una pensione miserrima, la serva, il cagnolino.

Sì, anche quest'ultimo riveste un'importanza decisiva.

Il pensionato non sa, non può andare avanti senza in pratica un soldo.

Partecipa a cortei di protesta dispersi dalla polizia, è disperato, arriva anche a chiedere goffamente l'elemosina in strada, senza riuscirci. Lei, la ragazzotta serva che lo accudisce, ha anch'essa i problemi dell'essere stata presa in giro da un finto ragazzo per bene, poi dileguatosi.

Spinto dalla miseria, il nostro pensionato architetta il suicidio

perfetto: per un'occasionale strana concomitanza, sarà proprio il cagnolino ad evitare il dramma. Il finale è consolatorio: finalmente il vecchietto gioisce insieme all'amico a quattro zampe e dimostra di amare la vita. Morale sconfortante: il cagnetto risulta l'unico veramente ad essere sempre stato in grado di esprimere una innata e amorevole complicità. Semplicemente straordinario.

Mario Sconamila
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