Nicola Lampis ha 29 anni, parla cinque lingue e ha un sogno: portare a vivere nell'Isola migliaia di persone, soprattutto giovani, da tutto il mondo, e combattere lo spopolamento. Il suo progetto si chiama Nomadigitali ed è nel contempo una sfida imprenditoriale e un progetto socio-demografico dall'alto valore culturale. Nato ad Anversa da genitori emigrati da Masainas e Giba, Lampis dopo gli studi in Management in Belgio ha fatto esperienze formative e lavorative in tutto il mondo, da Alicante a Shangai, da Roma ad Amsterdam. Ha sempre passato l'estate in Sardegna e con l'Isola ha sempre sentito un legame fortissimo, lo stesso che ha portato i genitori a tornare a vivere a Masainas dopo la pensione. A Masainas ci è tornato, e si è fermato, un anno fa, quando è scoppiata la pandemia.

"L'idea di Nomadigitali mi è venuta ad Amsterdam. Lavoravo lì e pagavo affitto un affitto carissimo. Conoscevo tante persone nella mia situazione che lavoravano in smart working e avrebbero usato volentieri i loro guadagni per vivere in un posto migliore ed erano disposte a spostarsi. Ho iniziato a studiare il tema ed ho visto che solo nell'Unione europea ci sono 248 milioni lavoratori 75 dei quali possono lavorare da remoto. Ho anche visto che molte grandi aziende incentivano il nomadismo digitale, anzi lo offrono ai propri dipendenti come benefit. Insomma", aggiunge Lampis, "c'è un mercato sconfinato e la Sardegna è un posto perfetto per ospitare persone che ambiscono a una qualità della vita elevata a un costo accettabile". Quello del costo, assieme a quello ambientale, è uno dei fattori decisivi. Uno sviluppatore che lavora nella Silicon valley, per dire, guadagna 200mila dollari all'anno ma siccome San Francisco è carissima con quei soldi non fa una vita di lusso, anzi. In generale, nel Regno Unito ma anche in altre nazioni europee dove vanno a lavorare i giovani più qualificati i prezzi delle case unifamiliari sono aumentati sette volte più velocemente dei salari guadagnati dai giovani. I giovani che iniziano, specialmente quelli che avviano la propria attività digitale o freelance, semplicemente non possono permettersi una casa.

Ma Nicola Lampis ha fatto anche un altro ragionamento: "Siamo un'isola gigante con 1.800 chilometri di coste e siamo solo un milione e 600mila persone. Non c'è lavoro perché siamo in pochi e se se siamo in pochi non c'è lavoro". Insomma, bisogna portare più gente in Sardegna e siccome ogni nomade digitale attira in media altre cinque persone, ecco che l'idea corre".

Del resto, studi ed esperienze a parte, Lampis è sempre stato intraprendente ed ha sempre dimostrato di avere un'attitudine innata per il business. "Il primo lo feci a otto anni. Ero in vacanza con i miei genitori in Portogallo e andammo in un ristorante. Mangiammo una pasta con i ricci e quando arrivò il conto mio padre disse ad alta voce che era carissima. Nei giorni successivi mi accorsi che mentre facevo il bagno c'erano tanti ricci che si potevano prendere liberamente. Ne raccolsi a centinaia e li vendetti, assieme a mio padre, all'hotel".

L'idea di Nicola Lampis è quella di costruire dei villaggi in zone rurali: con case modulari in legno costruite secondo criteri innovativi di bioedilizia, iperconnesse, e architettonicamente belle, con aree comuni, spazi di co-working e zone fitness.

"Saranno come delle mini Silicon valley e ci aspettiamo che tante aziende che pagano tra 10 e 20 mila dollari all'anno per impiegato per avere un ufficio in centro città vengano da noi. Risparmiando sugli uffici avranno a disposizione grossi budget per i dipendenti, soprattutto quelli a cui tengono di più. Il co-living offre la possibilità di diventare indipendenti pur mantenendo una rete di sicurezza economica formata dal reciproco vantaggio", spiega Lampis. "Una comunità che vive in una regione remota ha costi iniziali inferiori rispetto a una casa urbana. Pur mantenendo un'adeguata privacy, gli spazi condivisi come cucine e lavanderie sono facilmente gestibili dal gruppo.

Lo spazio condiviso è solo l'inizio. Una remota comunità di nomadi digitali spende meno per la spesa attraverso acquisti all'ingrosso, condivide strumenti e attrezzature per meno sprechi e spese e si supporta a vicenda attraverso una vasta gamma di competenze e interessi. Queste cose non solo riducono i costi, ma aumentano anche l'efficienza e promuovono una vita più verde".

L'idea al momento è in fase di sviluppo avanzato e l'obiettivo è aprire il primo villaggio nel 2022 nella zona di Porto Pollo. "Ci sono diversi investitori interessati, tra venture capitalist e fondi di private equity, abbiamo il team giusto per avviare l'iniziativa, stiamo affrontando i problemi burocratici. "Vedere i giovani come me che vanno via mi fa male al cuore, vogliamo contribuire a invertire la tendenza portando persone che possono venire a vivere qui per tre, sei mesi, un anno, cinque anni o tutta la vita. E che a loro volta attirino altre persone", aggiunge Lampis. "Abbiamo un'isola bellissima, buone connessioni a Internet. Noi vogliamo creare un modello di bioedilizia e un modello di management, vogliamo offrire alle aziende e ai loro dipendenti tutto ciò di cui hanno bisogno per lavorare da remoto. I villaggi creeranno un indotto nei luoghi dove nasceranno e daranno lavoro al territorio".

Del resto il primo a rendersi conto di quanto sia bello lavorare in Sardegna è stato lui. "Doveva stare nell'Isola poche settimane, ci è rimasto e forse non se ne andrà più. Anche il suo socio belga ha fatto altrettanto e ora non vuole più andar via"
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