Europa, 1949. Il filosofo T. W. Adorno mette su carta una frase perentoria: "Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie".

Qualche mese prima, a Vienna, l'editore Sexl mandava nelle librerie le cinquecento copie numerate di un libro di poesie in lingua tedesca, intitolato "Der Sand aus den Urnen", "La sabbia delle urne". L'autore si firma Paul Celan. Nato cent'anni fa esatti, il 23 novembre 1920, al suo debutto letterario ha ventotto anni. Ebreo, all'anagrafe Paul Antschel, scrive poesie dopo Auschwitz, dopo lo sterminio pianificato della sua gente. Sa fin troppo bene, fin dentro le ossa e l'anima, di cosa si tratta.

Paul Celan (foto Marco Noce)

NEL CUORE DELLO STERMINIO Nel 1942 i tedeschi, nella loro folle marcia verso est, l'Operazione Barbarossa voluta da Hitler, hanno invaso la sua terra natale, la Bucovina: oggi un francobollo tagliato a metà dal confine tra la Romania e l'Ucraina, allora un pezzo di impero austroungarico fresco di annessione forzata all'Unione Sovietica. Il padre e la madre del poeta, in quanto ebrei, vengono deportati dai nazisti: il padre morirà di tifo, la madre fucilata in un campo di concentramento a Michajlovka, in Ucraina. Paul, ventiduenne, si salva, strisciando fra un campo di lavoro e un impiego in un ospedale psichiatrico. Trova un solo modo per sopravvivere all'orrore: scrivere. E decide di farlo in tedesco, la lingua degli sterminatori, la lingua che gli aveva insegnato sua madre, la lingua in cui, sui libri di Goethe, Nietzsche e Rilke, aveva trovato una patria spirituale.

LA MORTE E' UN MAESTRO TEDESCO La poesia di Celan affronta di petto l'indicibile, Auschwitz: "Latte nero dell'alba ti beviamo di notte / ti beviamo a mezzodì la morte è un maestro tedesco / ti beviamo di sera e al mattino beviamo e beviamo / la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro / ti centra con una palla di piombo ti centra preciso".

Sono versi tratti da "Todesfuge", "Fuga di morte", il componimento conclusivo di quella prima raccolta, di recente tradotta in italiano per Einaudi (nella benemerita serie bianca) da Dario Borso. Poi le sue parole si fecero più frantumate, come se l'incrinatura che portavano da sempre dentro si facesse via via più larga. Proprio come l'incrinatura nell'anima del poeta, che finirà per uccidersi cinquantenne, cinquant'anni fa, a Parigi, dove si era trasferito dopo aver lasciato Vienna. Quello stesso anno usciva in italiano, sempre per Einaudi, un'opera di Adorno, "Dialettica Negativa", scritta nel 1966, in cui il filosofo correggeva la sua frase: "Forse è falso che dopo Auschwitz non si possa più scrivere una poesia". A quel punto, però, Celan l'aveva già ampiamente smentito con un pugno di raccolte ("La rosa di nessuno", "Svolta del respiro") e saggi ("Il meridiano"), traducendo in tedesco alcuni dei poeti decisivi del Novecento, dall'amatissimo Mandel'stam all'italiano Ungaretti, e rendendo omaggio al più straziato dei poeti in lingua tedesca prima di Celan, l'austriaco Georg Trakl, morto suicida nel 1914, nel mezzo degli orrori della prima guerra mondiale. Tutti maestri dell'oscurità: una dinastia di cui il poeta bucovino si sente parte ed erede.

La copertina de La sabbia delle urne (foto Marco Noce)

OSCURITA' A CONFRONTO L'oscurità, per Celan, è il nome autentico della verità: "Dice il vero chi parla oscuro", recita un suo verso tra i più famosi. E l'autorevole critico letterario Alfonso Berardinelli, propugnatore di tutt'altro tipo di poesia, riconobbe (in "Cento poeti", Mondadori, 1991) che "Paul Celan è forse l'ultimo autentico poeta oscuro della cui oscurità si possa non diffidare".

Nel 1967 il poeta che aveva dimostrato ad Adorno che sì, si potevano scrivere poesia anche dopo Auschwitz incontrò un altro filosofo, Martin Heidegger, sottile auscultatore dei poeti più oscuri (a partire da quel Trakl sulla cui tomba Celan si era recato a deporre dei fiori). Il filosofo, che lo ammirava, andò ad ascoltare Celan che teneva una conferenza a Freiburg, all'università. Gli strinse la mano. Celan avvisò i giornalisti: "Non fotogafatemi con quell'uomo". L'indomani, però, andò a trovarlo nella Hutte, la baita a Todtnauger ("Monte della morte"), nella Foresta Nera, di cui il filosofo aveva fatto il suo buen retiro. Heidegger era stato convintamente nazista, soprattutto nel periodo 1932-1935, e dalla sua bocca, dalla sua penna non era mai arrivata una condanna netta della Shoah.

L'incontro fra i due è stato raccontato da tanti: per esempio da Jean Bollack ("La Grecia di nessuno"), da Gunter Grass ("Il mio secolo"), da Adriano Sofri ("Il nazismo di Heidegger e i conti col passato", su "Repubblica", nel 2007). Fecero una lunga passeggiata, tre ore. Parole: pochissime. Argomenti: il più e il meno. Sull'indicibile (il nazismo, la soluzione finale): nessun accenno.

Andandosene, Celan lasciò poche righe nel libro dei visitatori della Hutte: "Nel cuore, la speranza di una parola a venire". Qualche tempo dopo, spedì una poesia al filosofo. Titolo: Todtnauberg. Fra i versi, anche questi: "nella / baita, // la riga nel libro / - quali nomi accolse / prima del mio? -, / la riga in quel libro / inscritta, / d'una speranza, oggi, / dentro il cuore, / per la parola / ventura / di un uomo di pensiero". La parola rimase per sempre "ventura": non venne mai.
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