Quello era il 1936. L'anno in cui il regime fascista toccava il suo apice di consensi. L'Italia scopriva di avere di nuovo un impero col ratto dell'Etiopia. E mentre spunta l'asse Roma-Berlino, si concretizzano le Olimpiadi nella capitale tedesca. Lontano dai grandi fatti che toccano il Vecchio Continente ormai alle porte di un nuovo conflitto mondiale, in Sardegna sbarcano da Roma due volenterosi sacerdoti. Arrivano nel neonato comune di Mussolinia di Sardegna. Si chiamano don Luigi Valle e don Luigi Ripoli. Sono loro i primi salesiani di Don Bosco che vengono mandati nell'epico cantiere sociale, urbano ed economico, quale era allora la bonifica. Inizia qui il cammino di Don Bosco in questo angolo di Sardegna e durerà 71 anni.

Ultimazione della chiesa Cristo Redentore di Arborea (foto riprodotta da Ripa)



GLI OBIETTIVI
«La presenza di sacerdoti salesiani in bonifica era quanto mai funzionale alle esigenze dei vari soggetti in gioco nella plaga terralbese appena dissodata (a partire dal 1919): una popolazione disgregata per provenienza e mentalità differenziate doveva essere amalgamata in comunità omogenea nei riferimenti affettivi, culturali ed economici, per ordinarsi in una civiltà del lavoro insieme innovativa per la Sardegna e sostenuta da terragne consuetudini». Così scrive Leonardo Mura, nell'ampio e interessante studio “I salesiani ad Arborea, tra opera pastorale e lotte agrarie (1936-1954)” pubblicato nel volume "Arborea, intrecci con la storia", dedicato agli 80 anni di vita del Comune. I salesiani arrivarono per espressa volontà di Mussolini, come si ricorderà più volte nei documenti, formula carica di sostanza. Al Regime non sfuggiva la grande esperienza dei sacerdoti salesiani nella formazione dei giovani sia «nella vita materiale oltre che, s'intende, spirituale». Chiave di lettura, questa, che permette anche di capire meglio l'atteggiamento favorevole di totale disponibilità dimostrato dai vertici della Società bonifiche sarde nei confronti dei nuovi sacerdoti

Il libro "ARBOREA, Intrecci con la storia" (foto Ripa)

L'UNIONE SARDA
Così riporta L'Unione Sarda il 28 gennaio 1936: «Mussolinia sorta in breve per il lavoro che ha trasformato in verdi campi il fango delle paludi e che avanza a grandi passi nella sua sistemazione a nuovo centro di lavoro e di vita che vede realizzarsi ad una ad una tutte le aspirazioni di paese moderno annovera la costituzione della Parrocchia Salesiana fra i suoi grandi progressi e mette il giorno della venuta dei nuovi Padri fra quelli più belli della sua vita. Dietro espressa volontà del Duce...» ecc... ecc... Dunque l'arrivo dei salesiani, con la successiva istituzione ufficiale della Parrocchia salesiana, viene visto come uno dei «momenti più belli» della storia della bonifica. «Per la verità l'azione salesiana di costruzione interiore di un "nuovo popolo" non partiva da zero», ricorda Mura. Prima di don Valle e don Ripoli, infatti, la vita spirituale dei pionieri con le attività religiose a Mussolinia nella nuova chiesa inaugurata nel 1929, venivano coordinate dalla parrocchia di Marrubiu. In quello stesso anno, 1936, si aggiunge un nuovo tassello: viene designato ufficialmente il primo parroco di Mussolinia. È un altro salesiano, don Giovanni Battista Gasbarri. Ed è proprio il nuovo parroco in una nota del 30 luglio 1937 a richiamare «la responsabilità di Mussolini nella venuta dei Salesiani nella bonifica, perché ora vengano assegnati in qualche modo i mezzi necessari alla loro azione, che ha, vi si dice, finalità insieme religiose e civili», continua lo studioso. «Due sacerdoti, Parroco e Viceparroco, dunque non bastano. Tanto più che, come spiega una lettera manoscritta allegata al Promemoria ed intestata al romano Istituto Pio XI “la vasta estensione del terreno bonificato e la conseguente disseminazione dei coloni richiederebbe nelle feste un personale triplicato”».

LA PARROCCHIA
La chiesa di Cristo Redentore venne costruita nel centro storico nel 1927, insieme all'Ospedaletto, l'enopolio, la casa del medico, la scuola, l'albergo e negozio di alimentari, il Dopolavoro. Il progetto della chiesa è firmato dall'architetto Giovanni Bianchi. Da rilevare come originariamente la torre campanaria, alta circa 32 metri, accoglieva un serbatoio per l'acqua potabile. Un’ampia raccolta fotografica e di illustrazioni, atti e scritti sull'epopea della bonifica di Arborea, è pubblicata nell'importante volume nato dalla meticolosa ricerca da Michele Angioni, “Arborea ....e l'Arboreino”, Prima Tipografia Mogorese, febbraio 2004. Un lavoro di alto contenuto documentario «una vera “miniera” di dati e informazioni», per usare le parole dello storico Paolo Fadda, dove Angioni utilizza con giusto equilibrio «fonti documentarie e fonti orali di grandissimo interesse storico» (Raimondo Zucca). Così l'autore ricorda come  «la chiesa sarà l'edificio che identificherà la Città nuova (...). Costruita con l'ottimo materiale trachitico della cava di Fonte Figu sul Monte Arci». Dunque molto era stato fatto e donato ma per dare gambe a quel progetto sociale e civile erano necessari rinforzi. «La distribuzione della popolazione agricola nei poderi - evidenzia Leonardo Mura - se da un lato è garanzia di una razionalità colturale e di una conseguente produttività ben superiori a quella media della campagne sarde, Campidano compreso, dall'altra impone forme capillari e diffuse di intervento per l'amalgama culturale». E più avanti: «Don Gasbarri un'idea l'aveva: si trattava di istituire a Mussolinia una Casa o Istituto ginnasiale inferiore (una scuola media, insomma) per l'aspirantato sardo al sacerdozio salesiano, cui si sarebbero uniti come allievi esterni molti ragazzini di Mussolinia». Così avvenne.

"Arborea...e L'Arboreino" di Michele Angioni (foto Ripa)

LA TERRA PROMESSA
Don Gasbarri nel '37 lascia la bonifica e arriva don Giuseppe Piemontese. Un vero salesiano del fare. Guiderà la parrocchia sino al 1953 attraversando appieno quegli anni che portarono alla tanto anelata riforma agraria. Mura rileva molto bene come il connubio Salesiani-Sbs iniziò a far sentire qualche scricchiolio proprio con don Piemontese. Parla di un cordone ombelicale «tra regime e nuova Parrocchia salesiana» inizialmente indispensabile, «per ottenere ascolto e aiuto in altissima sede, per affrontare la situazione certo non facile del lavoro pastorale in una popolazione ancora disgregata ed in via di formazione». Ma che col passare degli anni si atrofizza sino a spezzarsi definitivamente. Già dalla fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta «doveva essere molto diminuito il tasso di compromissione con il punto di vista del regime e con la Società». D'altra parte «la Parrocchia di quella che ormai era diventata Arborea e il suo Parroco don Piemontese in dieci anni di presenza si erano amalgamati con il loro popolo e ne valorizzavano la spinta al protagonismo sociale e civile». Questo divorzio d'intenti raggiunge il suo culmine con la complessa questione delle Riforma agraria. E anche l'arrivo del nuovo parroco, don Carlo Cioeta, giunto ad Arborea nell’ottobre del '53 è all'insegna della continuità tanto che da subito «dichiara il suo proposito di seguire con energia le orme di chi lo aveva preceduto». Propositi di azione che ben si sposano con le aspettative dei mezzadri Sbs ben consapevoli della promessa scolpita già nelle parole di Giulio Dolcetta, primo presidente della Società e ideatore della bonifica integrale: il riscatto della terra.
Quei primi anni del Secondo Dopoguerra sono una fucina di iniziative e idee civili, sociali ed economiche che vedono la parrocchia in prima linea affiancata dalle associazioni cattoliche e dalla rampante Democrazia cristiana guidata da Antonio Marras, sindaco della cittadina. Dc, che in realtà puntualizza Mura, «al livello nazionale in parte esitava» sul tema della terra da dare ai mezzadri di Arborea. «In particolare tergiversava Fanfani: chi non ricorda qui tra gli anziani il suo fischiatissimo discorso dal palazzo comunale, col quale in pratica rimandava a tempi più maturi il “matrimonio” tra i mezzadri e la terra?». Il riscatto della terra fu un argomento caro anche agli esponenti dell'allora Pci oristanese. Fra tutti il consigliere regionale Alfredo Torrente. Quel “matrimonio” di cui parlava Fanfani alla fine si compì. Era il primo gennaio 1955: i coloni di Arborea passarono da mezzadri ad assegnatari. Assegnatari Etfas, l'ente che sostituì la Sbs. Ma quella libertà segnò l'inizio anche di un periodo di sbandamento. Essere diventati improvvisamente imprenditori agrari non risparmiò crisi e sconforti. Gestire in proprio un'azienda mise alla prova molti di loro. Tanti abbandonarono. Molti rimpiansero la mezzadria. Eppure quel processo di affrancamento non prese affatto la direzione del fallimento come ebbe modo di scrivere in quegli anni il Secolo d’Italia. Che sentenziò quasi «una nibelungica caduta degli dei», commenta Mura. La storia di Arborea oggi testimonia ben altro, pur nelle continue difficoltà. Resta il fatto che «questi quasi venti anni 1936- 1954», conclude Leonardo Mura, «sono stati il cemento che ha reso indissolubile il legame tra Comunità di don Bosco e popolo di Arborea».

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