Un lungo applauso e tanta commozione. È il saluto che una grande folla di almeno tre generazioni ha tributato in piazza San Giacomo, nella sua "chiesa" nel quartiere di Villanova dove era membro dell'Arciconfraternita, al passaggio del feretro di Tonino Puddu, dove oggi si sono celebrati i funerali del campione di pugilato. Parecchi capelli bianchi, gente che non si conosce ma si riconosce. Un senso di condivisione, parlando di vita vissuta parallelamente ai trionfi di Poldino, così lo chiamavano i tifosi negli anni in cui si era trasferito e combatteva a Milano. Ma anche tanti giovani, che quei match li hanno vissuti guardando YouTube, ma che di Tonino Puddu hanno apprezzato le qualità.
Era una leggenda dello sport. Un uomo che non ha mai smesso di essere campione. Perché se l’oro alle Olimpiadi resta per l’eternità, quello di campione del mondo (e lui lo è stato tra i militari) glielo continuava comunque a tributare la gente, ogni giorno. Roba da re, ma democratico, di quelli che non guardavano nessuno dall’alto del trono.
E poi non potevano ovviamente mancare loro, le “facce piene di pugni”, quelli della boxe. Guidati dal suo vecchio amico Vittorio Lai, l'uomo che per 30 anni ha guidato la boxe in Sardegna. Ci sono Fabrizio, Manuel e Patrick Cappai. Ci sono Raffaele Marongiu e Paolo Carta, anima e cuore della Ap Sardegna. C'è il presidente del comitato regionale della Federboxe, Guido Sarritzu: «Un atleta coraggioso, generoso sul ring e profondamente legato alla sua terra. Con la sua carriera e il suo esempio ha contribuito a far crescere e conoscere il pugilato sardo ben oltre i confini dell’Isola». «Tonino è stato il re, il più grande di tutti», dice un signore sulla settantina all'uscita del feretro. Ha ragione, è stato un re. Ma non guardava nessuno dall’alto del trono.

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