A primavera la vita riprende oppure muta per sempre. Così Nica scompare in un giorno primaverile, recidendo il legame con Tommaso e lasciando solo un breve biglietto d’addio. Di Nica, laconica e fragile, volubile e altera, della sua indifferenza lieve per le cose del mondo, della passione tutta nuova che gli aveva rovesciato addosso, del suo essere carne viva e insieme puro spirito a Tommaso non restano che un pugno di ricordi. E il rimpianto di non essersi mai pensato con lei nel futuro. La cerca dappertutto, percorrendo come un sonnambulo le strade di una Palermo che pare non volergliela restituire. Ma trovarla gli è necessario perché significa rinvenire la parte più viva di sé stesso, quella che il desiderio di lei gli ha mostrato. La sua storia corre parallela a quella di Gelsomina e di sua figlia Margherita, arrivata come un dono grazie al voto fatto alla santa degli impossibili, santa Rita. Una donna e una bambina che vivono i loro giorni in esilio dalla famiglia, in una casetta dove il tempo non esiste e il mare si beve ogni cosa, fino al giorno in cui irrompe la vita vera. È da quel legame che si dipana una storia di fughe e ritorni, di verità taciute e conquistate libertà.

Sono questi gli ingredienti, i protagonistie le protagoniste di La santa degli altri (Newri Pozza, 2026, Euro 19,00, pp. 176. Anche Ebook), romanzo potente e ipnotico in cui Anna Voltaggio prescinde dal materialismo dei nostri giorni, facendo spazio alla dimensione sacra anche delle esistenze più laiche.

Ad Anna Voltaggio abbiamo allora chiesto, come prima cosa, cos'è per lei il sacro:

«In questo libro ragiono sul sacro superando il binomio con la religione cattolica, perché penso che il concetto appartenga anche alle esistenze più laiche. In questa storia il sacro è una forza simbolica che investe soprattutto i personaggi femminili.

Santa Rita mi sembrava la figura esatta per questo ragionamento, un personaggio pieno di sfumature contraddittorie che contiene l’immagine di un femminile materno e obbediente ma anche di un femminile che rivendica libertà dai vicoli familiari. Come si diventa ciò che siamo se non attraverso la scelta di credere profondamente in qualcosa? Rendiamo ‘sacra’ la famiglia, un amore, un’idea, un principio, e a partire da questo scegliamo chi essere e a cosa dare valore e fiducia. È una dimensione di fissità necessaria per noi che continuamente cambiamo e ci trasformiamo. Qualche volta diventiamo capaci di abbattere i nostri totem personali e cambiare idea, ma prudentemente ne costruiamo altri, perché probabilmente sarebbe spaventoso vivere senza».

Ha ancora parlare senso parlare di sacro oggi?

«Se anche siamo stati noi a inventare dio, dei, paradisi e inferni, santi, se abbiamo raccontato storie di streghe e profeti, attribuito poteri magici a luoghi e oggetti, indossato amuleti, interrogato gli oracoli, non è detto che tutto questo non sia reale. Come ogni cosa che nasce dall’immaginazione può essere imperfetto o contradditorio ma il potere che assume e il condizionamento a cui chiama è autentico. Oggi, non meno che in passato, il sacro continua a possedere un valore, uomini e donne, più o meno consapevolmente scelgono in cosa credere e sentono la forza di quelle convinzioni per autodeterminarsi».

La santa degli altri (foto concessa)
La santa degli altri (foto concessa)
La santa degli altri (foto concessa)

Veniamo ai protagonisti e, soprattutto, alle protagoniste del romanzo. Che tipo di legame unisce Tommaso e Nica?

«Volevo raccontare un legame slegato dalle regole sociali, un amore clandestino, nato per caso o per una serie di casualità, così come accade quando ci innamoriamo.Tommaso è sposato e dunque la relazione con Nica è un segreto, un amarsi senza progettualità, concentrato in un presente continuo, Nica si interroga, senza rivendicare, Tommaso ne sembra appagato ma reagisce con indifferenza.

Una coppia di amanti è isolata, non contempla vita sociale e quando la relazione finisce nessuno se ne accorge. La loro memoria, il loro passaggio è invisibile. Mi interessava seguire lo stato emotivo di un personaggio che si sente improvvisamente vuoto, nonostante la sua vita sia rimasta apparentemente intatta. Nell’assenza di Nica, Tommaso si accorge dell’incompletezza di sé stesso, e soltanto alla fine di questa ricerca ossessiva di lei, forse trova qualche risposta a domande che non aveva mai avuto il coraggio di farsi».

Cosa unisce e cosa divide Gelsomina e sua figlia Margherita?

«In questo romanzo racconto una storia matrilineare e la sviluppo su due archi temporali paralleli. Gelsomina e Margherita, rispettivamente la nonna e la madre di Nica, hanno un vissuto singolare perché Gelsomina viene esiliata da un marito ferito nell’orgoglio che decide - senza che nessuno si opponga - di relegare la moglie in una casa fuori città, separandola dai tre figli. In questa casa, nascerà Margherita, grazie a un voto fatto a Santa Rita, protettrice e alleata delle donne. Madre e figlia vivono isolate dal contesto familiare e si aggrappano l’una all’altra come unica forma d’amore possibile.

Le ombre tra loro compaiono una volta tornate a Palermo, reinserite nel contesto sociale e familiare così profondamente immerso nel sistema patriarcale di una Sicilia arcaica e cupa, in cui pulsa una violenza naturale. Margherita, crescendo, accetta di guardare la sua famiglia d’origine come un limite alla sua libertà e per rivendicare sé stessa nel mondo sceglie una cesura netta, desacralizza la famiglia, anche se questo le costerà abbandonare, idealmente, sua madre. È questa cesura che si tramanda nella mia storia, il buco nero nella vita di Nica, che non ha accesso alla sua memoria perché la madre, per sopravvivere, gliel’ha negata. Anche quel sentimento madre-figlia contiene il sacro e la sua negazione».

Il romanzo evoca anche con le colpe di cui tutti ci macchiamo e il perdono che solo noi possiamo darci. Cos’è per lei il perdono?

«Il perdono è un processo complesso che intreccia colpa, memoria, relazione: è un’esperienza che passa attraverso il ricordo e la sua rielaborazione. Nella mia storia, Nica sente l’impossibilità di perdonare i vuoti e i silenzi di sua madre ma sente ugualmente il bisogno di riconciliarsi con lei. Attraversa sé stessa, cerca legami, ma anche la fuga da questi legami, per provare a comprendere le scelte di sua madre e dunque per riuscire a perdonarla. Il perdono prevede empatia, e l’empatia è la base delle relazioni affettive e umane. Poi esiste anche una dimensione collettiva del perdono, una comunità può costruire una versione condivisa del passato per mitigare il dolore».

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