“Il canto dell’anguilla”, l’estate irlandese di Massimo Bubola
Un viaggio in auto dal sapore picaresco attraverso una terra che all’epoca non aveva ancora conosciuto il turismo di massaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Ultimi giorni di giugno del 1983. Massimo Bubola e il suo amico Giovanni Artioli, detto John Artù, stanno per imbarcarsi su un traghetto che li condurrà dalla Normandia all’Irlanda. È l’inizio di un viaggio in auto dal sapore picaresco attraverso una terra che all’epoca non aveva ancora conosciuto il turismo di massa, un viaggio che Bubola eternerà al ritorno in uno dei suoi brani più celebri, Il cielo d’Irlanda. Un viaggio che oggi riviviamo nel volume Il canto dell’anguilla (Neri Pozza, 2026, Euro 18,00, pp. 144. Anche Ebook), in cui Bubola stesso rievoca un girovagare per l’Irlanda che fu pieno di rivelazioni, di sorprese inaspettate, e soprattutto della scoperta di una sintassi comune di disponibilità e accoglienza così curiosa, intuitiva, profonda e avvolgente. Era quella un’Irlanda povera e contadina dove all’occidente si parlava ancora il gaelico. La gente nelle campagne e nei piccoli paesi era malvestita però tutti amavano la musica e il percorso di Massimo Bubola fu un viaggio pieno di musica suonata ed eseguita dal vivo, ovunque e con trasporto, con la quasi totalità delle persone che suonavano, cantavano e ballavano.
Un viaggio di musica, incontri, paesaggi, emozioni che ebbe le sue origini in Sardegna come ci racconta proprio Bubola:
«Quando arrivai in Sardegna nel 1976 a lavorare con Fabrizio De André per scrivere con lui i testi e le musiche dell’album Rimini, ricordo le scritte giganti del movimento indipendentista sardo che apparivano sui muri dei borghi e lungo le strade. Un po’ alla volta, conoscendo meglio le persone della terra sarda, la loro cultura e la loro lingua e confrontandomi con Fabrizio, arrivammo alla conclusione che spesso popoli di grandi contenuti vengono sottomessi, ma solo militarmente, perché i vincitori hanno quasi sempre un’economia più potente e ogni sconfitta tende a sopraffare e a cancellare l’identità e la civiltà dello sconfitto. Questo tema poi lo approfondimmo ancor di più nella scrittura e stesura dell’album successivo nel 1981 chiamato L’indiano. Anche queste riflessioni sono state uno stimolo per i miei primi viaggi irlandesi, per conoscere e approfondire la cultura e l’identità di un popolo che fu per secoli dominato, umiliato e sopraffatto dagli inglesi. Nel tempo d’identità e la cultura irlandese, soprattutto dopo l’indipendenza del 1922, sbocciarono e fiorirono per la loro grande valenza. Un popolo di poco più di quattro milioni di abitanti vinse nel Novecento quattro premi Nobel per la letteratura, cui vanno aggiunti altri scrittori geniali come Oscar Wilde e James Joyce. L’Irlanda poi come la Sardegna aveva una forte d’identità poetica e musicale che si esprimeva nel loro ritrovarsi, nel celebrare matrimoni e battesimi, nei balli collettivi e nel declamare la poesia e suonare la musica popolare nelle piazze all’aperto».
Perché raccontare quel viaggio dopo tanto tempo?
«Ci sono molte cose che uno vorrebbe raccontare nel tempo, ma la narrazione segue i ritmi del nostro cuore e delle stagioni e continua a crescere e maturare dentro di te come il colore dei ricordi e della poesia. Nei tempi incerti e nuvolosi che stiamo vivendo non c’è un vero modello di sviluppo, un itinerario di valori comune da seguire, così ho voluto ricordare un’Irlanda povera e diversa da come è adesso, dove è diventato uno dei paesi turistici più frequentati e desiderati al mondo. Ma anche quando avvenne il mio viaggio, nonostante l’indigenza che si coglieva soprattutto dalla parte occidentale dell’isola, si vedevano già i precordi di un forte sviluppo culturale e identitario che poi ha determinato anche quello sociale ed economico. Infatti, oggi l’Irlanda è uno dei Paesi con la migliore crescita economica e sociale d’Europa. Quindi la cultura e l’identità se difese, praticate e incentivate possono diventare molto produttive a dimostrare che certa miopia politica, che poco considera la cultura, diventa oggettivamente perdente, improduttiva e senza futuro».
Che Irlanda ha conosciuto attraversandola?
«L’Irlanda di cui narra questo libro e che ho conosciuto negli anni Ottanta, era un paese contadino e povero, che non conosceva ancora il turismo di massa. La gente che incontravo, soprattutto nelle contee dell’Ovest, nella parte dove si parlava maggiormente l‘antica lingua irlandese, cioè il gaelico, erano semplici, ben disposte, interessate e curiose. Ho rivisto i volti dalla mia infanzia, con quelle espressioni così comunicative e vere. Erano vestiti in genere in maniera piuttosto dimessa e molti avevano giacche sdrucite e toppe sui pantaloni. Le case erano povere e disadorne, ma c’era un forte senso dell’ospitalità, dell’accoglienza e manifestavano una forte empatia verso gli stranieri, la qual cosa è una consuetudine radicata del vivere umano fin dall’antichità ed è presente in tutte le mitologie e le narrazioni del mondo arcaico, anche se da noi questa consuetudine si è piuttosto annacquata».
Qual è la cosa che la colpì maggiormente all'epoca...e cosa la colpisce ora ricordando quell'avventura?
«Come dicevo prima, quello che più mi colpiva era la loro empatia e la loro capacità di inclusione. Avvertivo da parte loro, una viva necessità di confrontarsi e una profonda generosità, perché quel poco che avevano, lo condividevano. Ma ero anche molto affascinato dal loro linguaggio naturalmente intenso e poetico e dalla loro grande capacità di fare musica legata spesso a canzoni popolari che avevano fatto lunghi percorsi arricchendosi lungo la strada. I poeti erano conosciuti e fermati anche per strada, per scambiare due parole, o per sentirli recitare qualcosa, cosa rara da noi. È stato un viaggio di scoperte e di grandi emozioni, perché il paesaggio era molto avvincente e vario ed il cielo era una sorta di regista delle nostre giornate con la sua luce continuamente cangiante. Fu qui che concepii e scrissi la canzone Il cielo d’Irlanda che poi cantò e portò a grande popolarità Fiorella Mannoia e che diventò una sorta di inno irlandese d’Italia. Tante persone, come mi è stato più volte confermato e ribadito in questi quarant’anni, sono andate a visitare l’Isola di smeraldo per la spinta e la curiosità che ha dato loro questa canzone, che è per molti una specie di viatico e chiave di lettura».
Cosa le ha lasciato dentro l'Irlanda o cosa le hanno lasciato gli irlandesi?
«Il mio è un libro e un percorso di gratitudine che traspira da ogni pagina, da ogni dialogo e descrizione. La miscela irlandese di bellezza, di natura, di cultura, di inventiva, di scoperta, di allegrezza, di grande affabilità e senso dell’umorismo, mi sono entrati nel cuore e ci rimarranno per sempre».
