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Carlo Urbani, il medico che scoprì la Sars e ne fu ucciso

Anche la prima Sars, quella esplosa 18 anni fa, ha richiesto i suoi eroi
il rientro in italia della salma di carlo urbani nel 2003 (archivio unione sarda)
Il rientro in Italia della salma di Carlo Urbani, nel 2003 (Archivio Unione Sarda)

Eroi. Nei giorni più drammatici per l'Italia, quando la prima ondata dell'epidemia di Covid-19 falcidiava vite umane nel nord Italia, era assai frequente sentir definire così medici e infermieri che affrontavano, spesso poco e mal attrezzati e al costo di turni di lavoro massacranti, la nuova malattia. Che nuova è, certamente. Ma non del tutto. Il nuovo coronavirus è imparentato con quello che fu responsabile, agli inizi del nuovo millennio di un'epidemia dalla quale, alla luce di quanto è successo negli ultimi mesi, il mondo avrebbe dovuto imparare di più: la Sars. Una parentela stretta: i due patogeni sono in realtà ceppi dello stesso coronavirus, ed entrambi producono una sindrome respiratoria acuta (o severa) che dà luogo a una forma atipica di polmonite. Anche la prima Sars, quella esplosa 18 anni fa, ha richiesto i suoi eroi. E i suoi martiri. Tra questi merita di essere ricordato il suo scopritore, il primo a identificarla e classificarla: era un medico e microbiologo italiano e si chiamava Carlo Urbani. Quand'è morto, ucciso dalla stessa sindrome che stava studiando, aveva 46 anni.

APPASSIONATO DI MALATTIE TROPICALI Carlo Urbani era nato a Castelplanio, in provincia di Ancona. Nell'università del capoluogo marchigiano si era laureato nel 1981, venticinquenne. Poi era andato a Messina per specializzarsi in malattie infettive e tropicali. Quindi aveva conseguito un master in parassitologia tropicale. Nel '93 l'Oms (Organizzazione mondiale della sanità) lo scelse come consulente. Tre anni dopo Urbani entrò a far parte di Medici senza frontiere: fu lui, nel '99, a ritirare il Premio Nobel per la pace conferito all'organizzazione di cui era diventato presidente della sezione italiana.

Carlo Urbani (Archivio Unione Sarda)
Carlo Urbani (Archivio Unione Sarda)

UN PAZIENTE CONTAGIOSO Alla fine di febbraio del 2003, Urbani si trovava da tre anni a Hanoi, in Vietnam. Responsabile locale dell'Oms per le malattie infettive, il suo compito era insegnare alle popolazioni locali come curare le infezioni ed evitare di contrarre malattie parassitarie. Fu lui a essere chiamato in ospedale a visitare un uomo d'affari sino-americano appena sbarcato da Hong Kong e affetto da sintomi che soltanto dopo sarebbero stati per sempre associati alla Sars: "Emicrania, febbre alta, brividi, dolore alle ossa, tosse forte e persistente con sangue nell'espettorato e progressiva compromissione dei polmoni, che si indurivano e si riempivano di liquido", scrive il giornalista scientifico David Quammen nel suo Spillover, fondamentale libro sui virus che negli ultimi decenni sono arrivati a contagiare gli esseri umani dopo essere vissuti più o meno pacificamente in specie animali selvatiche. Esperto com'era, visitando quel paziente Urbani avrà certamente usato delle precauzioni standard. Non bastarono. Quello che il parassitologo marchigiano non sapeva ancora era che sintomi analoghi erano stati manifestati a Hong Kong da alcuni pazienti che erano risultati estremamente contagiosi. E nessuno sapeva che, prima di Hong Kong, c'era stata un'ondata di casi in Cina, a Guangdong, l'antica Canton. Intuì che la malattia era una novità, si accorse della gravità della situazione, lanciò l'allarme all'Oms e convinse il Vietnam a far scattare misure di quarantena che resero il paese asiatico il primo a poter dichiarare debellata la Sars.

LA MORTE E L'ESEMPIO L'uomo d'affari sino-americano, che si chiamava Johnny Chen, morì. Urbani, che l'aveva visitato, si sentì male l'11 marzo: "Fu colto dai sintomi su un volo per Bangkok, dove si stava recando per un convegno a cui non prese mai parte", scrive Quammen. "La sua morte - aggiunge il giornalista del National Geographic - avvenuta domp anni di encomiabile lavoro sul campo, fu la spia di quella che sarebbe presto diventata una tendenza generale: l'alto tasso di infezione e letalità tra medici e infermieri esposti a questa nuova malattia, che sembrava prosperare negli ospedali e nei cieli". Ai medici che lo curavano diede disposizioni affinché i tessuti dei suoi polmoni fossero utilizzati per studiare la nuova malattia. Un esempio.

Medici in tenuta anti-contagio (Archivio Unione Sarda)
Medici in tenuta anti-contagio (Archivio Unione Sarda)

SINTOMATICI E ASINTOMATICI Resta un quesito. La Sars, rispetto alla Sars-Cov 2 (Covid-19) ha fatto danni limitati: appena 8.000 persone contagiate, meno di 800 vittime. Oggi, 30 settembre 2020, il mondo si confronta con 33 milioni di contagiati e quasi 300 mila morti. La risposta è semplice e disarmate: a differenza del virus attuale, quello del 2002/2003 non veniva trasmesso da persone asintomatiche. Così bastò testare le persone con febbre e problemi respiratori, isolarle e mettere in quarantena i sospetti per togliere al virus i mezzi per diffondersi, determinandone l'estinzione. Stavolta, purtroppo, la sfida è più ardua.

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