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La Crew Dragon e il futuro dell'esplorazione spaziale

E' stata la prima volta che un'azienda privata si è agganciata alla Stazione spaziale
gli astronauti della crew dragon
Gli astronauti della Crew Dragon

Enormi paracadute bianchi e rossi, una capsula che scende verso il mare, le navi appoggio tutto intorno pronte a prestare soccorso, il portellone che si apre, due persone che spuntano dall'interno e salutano.

Immagine vintage che rimanda agli anni Sessanta e Settanta, epoca di massimo splendore per l'esplorazione spaziale con una vetta ineguagliata: la conquista della Luna, luglio 1969. Eppure questo quadro apparentemente datato ha tratti moderni, anzi: contemporanei. E' accaduto pochi giorni fa, quando la navicella Crew Dragon della società SpaceX dell'imprenditore sudafricano-canadese Elon Musk è ammarata nel Golfo del Messico con a bordo gli astronauti americani Doug Hurley e Bob Behnken. Oltre due mesi dopo la partenza perfetta dalla Florida (30 maggio, Kennedy space center), e un periodo di sperimentazioni portato avanti nella Stazione spaziale internazionale, a distanza di 18 ore dal distacco della navicella dalla Iss l'equipaggio è rientrato nel punto previsto all'ora indicata segnando una prima volta in diversi campi e aprendo definitivamente la strada al futuro dei viaggi nel cosmo (in gran parte nelle mani di aziende commerciali).

E' stata la prima volta che un'azienda privata si è agganciata alla Stazione spaziale; la prima volta dopo 45 anni che un team statunitense ha toccato il mare di rientro dallo spazio (24 luglio 1975, Oceano Pacifico, missione congiunta Usa-Urss Apollo-Soyuz); la prima volta dopo nove anni che uomini a stelle e strisce sono decollati dagli Usa e negli Usa sono rientrati senza utilizzare uno Shuttle; la prima volta dal 2011 che la Nasa non ha dovuto chiedere un passaggio verso il cosmo alla Soyuz dei rivali-colleghi russi.

E anche in questo caso il legame tra passato e futuro è strettissimo, perché la Crew Dragon che ha portato a termine l'impresa senza una sola sbavatura è stata ribattezzata Endeavour, come l'ultimo Space Shuttle costruito dall'agenzia spaziale americana andato in pensione e diventato oggetto da museo nel 2012 dopo 25 missioni, la metà delle quali necessarie a completare la costruzione della Stazione spaziale. Anche Doug Hurley, comandante del volo SpaceX, si può dire abbia fatto un salto indietro nel tempo, essendo stato a sua volta il pilota dell'ultimo volo dello Shuttle Atlantis nel 2011.

Un messaggio chiaro: le capacità attuali affondano le radici in ciò che l'Uomo ha appreso in passato, anche attraverso errori e disgrazie (per due volte gli Shuttle sono esplosi in volo, tragedie che alla lunga hanno portato alla chiusura del programma). Lezione che Musk sembra aver appreso molto bene. Il successo della missione, chiamata Demo-2, lo dimostra, come l'efficacia della capsula le cui fattezze ricordano molto da vicino quelle del programma Apollo alla base dello sbarco sul nostro satellite naturale 51 anni fa. L'imprenditore ha controllato minuto per minuto la discesa e l'ammaraggio della capsula al controllo della missione in California, orgoglioso della sua creatura e della scoppola rimediata a causa sua dalla concorrente Boeing, alla quale la Nasa aveva chiesto di realizzare a sua volta capsule per il trasporto degli astronauti verso la stazione spaziale.

Ma se la tecnologia ideata dal visionario canadese ha dimostrato di essere efficiente ed efficace, quella della concorrenza è ancora ferma al palo. La Boeing ha ricevuto dall'agenzia americana il doppio dei fondi ma la prima missione è ancora lontana. Nel test senza uomini a bordo dello scorso dicembre la capsula Starliner non è riuscita ad agganciare la Stazione spaziale, e appena una settimana fa la Nasa ha chiesto all'azienda di risolvere 80 problemi prima di procedere con una secondo tentativo, in programma forse a fine anno se non in primavera. Per quella data SpaceX avrà già portato a termine (si presume) altre due missioni: una è prevista il 20 settembre, l'altra in primavera quando la Dragon sulla Iss porterà Megan McArthur, la moglie di Bob Behnken. Poi sarà la volta - forse - dei primi voli turistici. A caro prezzo, ovviamente. Del resto proprio Jim Bridenstine, amministratore della Nasa, poco prima del rientro dei due astronauti con la Crew Dragon ha sostenuto ci si trovi davanti alla nuova "era del volo spaziale umano in cui la Nasa diventa il cliente". Una rivoluzione, con l'autorità statale che lascia campo libero alle società private il cui fine ultimo (in linea generale) è massimizzare il profitto abbattendo i costi.

Obiettivo di Elon Musk, che su quel fronte ha compiuto notevoli passi in avanti. Le spese sostenute per mettere a punto la tecnologia sono state consistenti, centinaia di milioni di euro, e i primi risultati si vedranno nel tempo; intanto però le capacità tecnologiche della società hanno consentito la progettazione di navicelle e razzi ben più leggeri e meno costosi di quelli del passato senza perdere in sicurezza. Risultato più evidente, al momento, la possibilità di riutilizzare il primo stadio del razzo Falcon 9 col quale l'attuale navicella viene spedita nello spazio. Dopo il distacco, quella parte del missile riesce a tornare sulla Terra e a poggiarsi dolcemente su una piattaforma in mezzo all'Oceano Atlantico (grazie ad alcuni piedi che si aprono al momento giusto), pronta a essere riutilizzata in altre missioni. Un successo ottenuto alcuni mesi fa dopo quattro tentativi andati male. Il primo stadio può essere usato altre 10-20 volte e consentirà un risparmio di circa il 30 per cento sull'esborso necessario alla costruzione di un Falcon 9, il cui costo si aggira sui 60 milioni di dollari. In un futuro prossimo altre novità contribuiranno ad abbattere ulteriormente le spese. A fine settembre per la missione Crew-1 saranno utilizzati materiali nuovi, ma già nel volo della primavera 2021 la Crew-2 si servirà della stessa astronave rientrata pochi giorni fa dallo spazio e avrà i motori laterali della Crew-1.

Resta da capire come conciliare la riduzione delle spese con l'ammaraggio della capsula rispetto all'atterraggio come avveniva ai tempi dello Shuttle. La navicella Dragon scende rallentata dai motori e da due serie di paracadute arrotolati e piegati a mano, poi l'equipaggio viene recuperato da personale appositamente inviato nella zona dell'arrivo a bordo di navi che devono coprire un percorso non breve (e c'è da considerare anche la possibile presenza di maltempo, che tra l'altro pochi giorni fa ha costretto la Dragon a cambiare punto di rientro). Lo Shuttle invece poteva rientrare sfruttando carrello e ruote, così da toccare sempre la stessa pista. Un programma andato avanti con successi alterni per trent'anni, dal 1981 al 2011, con sei navicelle: Enterprise (1977, non adatto alle missioni in orbita), Columbia (operativo tra il 1981 e il 2003, anno in cui si è disintegrato rientrando nell'atmosfera), Challenger (dal 1982 al 1986, quando esplose poco dopo la partenza del suo decimo volo), Discovery (39 missioni dal 1984), Atlantis (dal 1985) ed Endeavour (costruito dopo il Challenger, ha effettuato 26 voli dal 1992). Lanciato verticalmente, con a bordo un equipaggio dai quattro ai sette astronauti, restava in un'orbita terrestre bassa e al termine della missione poteva muoversi autonomamente usando un sistema di manovra orbitale per rientrare nell'atmosfera. Le due disgrazie hanno spinto gli Usa a chiudere il programma. Ora la conquista dello spazio è in mano ai privati. Che però avranno bisogno dell'aiuto delle grandi potenze mondiali per sostenere gli enormi costi. Ma i risultati promettono di essere eccezionali, anche dal punto di vista economico.

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