Ci sono le vittime ufficiali del Covid-19, che finiscono nel triste aggiornamento quotidiano delle statistiche di mortalità. E poi ci sono gli altri caduti su fronti apparentemente secondari, ma in realtà sempre legati all'epidemia. Persone ignorate dai vari bollettini che descrivono l'andamento della guerra al nemico invisibile: eppure sono vite spezzate come le altre, lutti veri, famiglie travolte dal dolore. Sono i pazienti che muoiono per il Covid pur senza averlo contratto, perché l'intasamento delle strutture sanitarie dovuto all'epidemia gli ha impedito di ricevere le cure che avrebbero potuto salvarli. 
È un fenomeno di cui ci si è resi conto subito, l'anno scorso, quando la diffusione del nuovo coronavirus ha monopolizzato gli sforzi della sanità italiana (e non solo). Ma resta di difficile quantificazione. Nessuno saprà mai il numero esatto di infartuati che si sarebbero potuti recuperare se avessero trovato un pronto soccorso libero dall'emergenza pandemica. O quante diagnosi di tumore e relative terapie sono arrivate troppo tardi per risparmiare una vita. Nei giorni scorsi, due diverse indagini hanno contribuito a fare un po' di luce su questi aspetti: il terzo rapporto nazionale sull'assistenza ai pazienti non Covid elaborato da Salutequità, associazione indipendente che analizza le politiche sanitarie e sociali; e poi, per quanto riguarda la Sardegna, uno studio di AcliSalute sui dati della mortalità regionale nel 2020. 
Dall'incrocio delle due ricerche emerge una conferma della sensazione manifestata da più parti: il costo umano e sociale del virus è molto più pesante di quello, già terribile, fotografato dai report Covid. Le tabelle di Salutequità segnalano anzitutto l'aumento della rinuncia alle cure, ossia la scelta dei malati di non proseguire il loro percorso di visite e terapie, in genere per la lunghezza delle liste d'attesa o per i costi da sostenere. Il dato in Italia era calato negli ultimi anni, ma tra il 2019 e il 2020 è risalito dal 6,3% al 10. L'incremento è maggiore per le donne, e nelle fasce d'età tra i 45 e i 54 anni e oltre i 60. 
A questo si affianca il crollo dei controlli diagnostici volti a individuare alcune patologie, spesso tumorali. Solo per quanto riguarda gli screening cervicale (collo dell'utero), mammografico e colonrettale, tra gennaio e settembre 2020 sono stati effettuati 2 milioni e 118mila prestazioni in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Cosa che si traduce in oltre 13mila diagnosi in meno di lesioni uterine, carcinomi e adenomi avanzati. 
Come aspettativa di vita alla nascita, sempre secondo Salutequità, il primo anno del Covid ha comportato in Italia un calo medio da 83,2 anni a 82,3. Nelle varie regioni però il dato cambia molto: pagano il prezzo più alto quelle in cui l'epidemia ha mietuto più vittime e che al contempo avevano i valori di partenza migliori, come la Lombardia (2,4 anni in meno), mentre vanno meglio Calabria, Sicilia e Basilicata (tra 0,1 e 0,2). La Sardegna, con un anno esatto in meno, supera di poco la media nazionale. Invece la flessione dell'aspettativa di vita a 65 anni nell'Isola (11 mesi, che la portano a circa 20 anni) è in linea col dato italiano; anche in questo caso chi fa peggio è la Lombardia, che passa da 21 anni a 19. 
La Sardegna nel 2020 registra anche il maggiore calo della spesa per i farmaci innovativi non oncologici: meno 3,2 euro pro capite sui 6,3 dell'anno prima. Seguono Emilia Romagna e Lombardia. Riduzione più contenuta in Abruzzo, Liguria e Calabria, che però partivano da valori assai più bassi di quelli sardi, attorno ai 3 euro. 


Lo studio di AcliSalute, basato su un'analisi dell'istituto di ricerca Iares, si concentra invece sui numeri dei decessi in Sardegna nel 2020. Quelli ufficialmente provocati dal Covid sono stati 747. Ma nei dodici mesi nell'Isola sono morte 18.853 persone: 2.158 più della media del quinquennio 2015-2019, e "appena" 1.850 in più se si confrontano solo gli ultimi due anni. Ci sono comunque tra i 1.100 e i 1.400 decessi che non sono giustificati dal Covid. Ma potrebbero esserne un effetto indiretto, riflette il presidente regionale delle Acli, Franco Marras: "Centinaia di persone potrebbero non avere ricevuto le prestazioni sanitarie necessarie per una prevenzione precoce o una terapia indispensabile dal sistema sanitario regionale, in gran parte impegnato nella lotta alla pandemia o paralizzato senza essere in grado di fornire i servizi essenziali". Marras fa notare anche che l'Isola ha la percentuale più alta di crescita delle morti non attribuite al Covid (65%): "Forse è l'effetto di una più marcata paralisi del sistema sanitario e di una conseguente assenza di prestazioni sanitarie fondamentali". 
Le due indagini, insomma, analizzando dati totalmente diversi arrivano alla stessa conclusione: gli ospedali ingolfati per l'epidemia e l'allungamento delle liste d'attesa sembrano aver limitato in molti casi la tutela della salute dei cittadini. "Lo confermano le segnalazioni che arrivano ai nostri uffici", spiega Giorgio Vidili, segretario regionale dell'associazione Cittadinanzattiva-Tribunale del malato. "Nel 2020 ci sono stati segnalati circa 400 casi critici nella sanità, più di uno al giorno. La maggior parte riguardava la difficoltà a ottenere le visite e le cure necessarie". Chi se lo può permettere ricorre alla sanità privata, "le cui prestazioni infatti sono molto aumentate da un anno in qua. Ma molti non possono. Non accuso nessuno, il personale sanitario si sta ammazzando di lavoro, capisco che anche la politica abbia difficoltà a trovare soluzioni. Però qualcosa si deve fare. Per esempio - ragiona Vidili - gli ospedali funzionano benissimo dalle 6 alle 14, ma poi gli spazi e le attrezzature rimangono in gran parte inutilizzati. Si è parlato spesso di farli funzionare a pieno ritmo anche di sera, ma non è mai stato fatto. Certo, bisognerebbe assumere altro personale: ma non si può sempre tagliare sulla sanità. E d'altra parte - conclude il responsabile di Cittadinanzattiva - fare più prevenzione comporterebbe, a medio termine, anche un risparmio di risorse pubbliche". 

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