"Hey, mister Lennon". Quante volte si era sentito chiamare così. Ma quella sera era diverso. A urlare quelle tre parole non era stato un fan, un amico, il portiere del grattacielo di New York dove viveva con la moglie Yoko Ono e il loro figlio Sean, ma il suo assassino. Un giovane di appena 25 anni, Mark David Chapman, con un'ossessione nella testa - cercare a tutti i costi una strada per la celebrità - e con un'anima avvelenata dall'incapacità di assaporare la vita. Nelle sue tasche "Il giovane Holden" di Salinger, straordinario romanzo di formazione e bibbia laica di una generazione, e una pistola calibro 38. Con la quale fa fuoco: quattro colpi scaricati in rapida successione sul corpo magro e asciutto di John Lennon, indiscussa star dell'olimpo del rock, carismatico musicista, instancabile voce pacifista, ma soprattutto ex frontman dei Beatles, la band che ha cambiato il corso del rock. Quella sera dell'8 dicembre di 40 anni fa, nel lussuoso androne del Dakota Building, sulla 72esima West a New York, non solo si fermava per sempre il cuore del cantante, ma Chapman gelava le speranze di chi credeva nel messaggio di pace di Lennon, di chi sognava un'improbabile reunion con il vecchio gruppo nato a Liverpool agli inizi degli anni Sessanta, di chi voleva credere che nella vita ci sarebbero state mille e una "Images".

Mark David Chapman (foto archivio L

Non è davvero un caso se nel respingere la richiesta di libertà condizionale dell'assassino, che 40 anni dopo ha chiesto scusa per il suo delitto alla vedova, la commissione del centro correzionale di New York ha così motivato il suo diniego: «Con il suo atto violento, Chapman ha causato devastazione non solo alla famiglia e agli ex membri della band ma al mondo intero». Già, proprio al mondo intero. Perché Lennon era un idolo, un fratello maggiore, un uomo da imitare, un guru da seguire: quell'incredibile mix di fascino e talento, mescolato a un'assoluta autonomia di pensiero che lo rendevano speciale. La sua prematura e violenta scomparsa poi, l'ha definitivamente consegnato al mito.

I Beatles negli anni Sessanta (foto archivio L

Sono passati quarant'anni e per chi ha amato e ama la sua musica e le sue canzoni il dolore per quell'incomprensibile morte è ancora acuto. Mentre le parole delle sue canzoni ancora oggi sono capaci di suscitare bizzarre polemiche. Come è accaduto con "Images", il manifesto pacifista di Lennon (il gruppo si era sciolto da una decina d'anni), diventato poi il suo testamento morale. Lo testimonia la diatriba innescata dalla leghista Susanna Ceccardi che la proibì a una recita di Natale perché "troppo di sinistra", cui ha fatto seguito, la scorsa estate, Giorgia Meloni, la quale ha sostenuto che Lennon vagheggia un "mondo senza identità", in cui trionfa l'"omologazione". Ma Lennon cantava: Immagina non ci siano paesi /non è difficile/Niente per cui uccidere e morire/e nessuna religione/Immagina che tutti/vivano la loro vita in pace… Visioni, speranze. Ma questo sono stati i Beatles e John Lennon. Riusciamo a immaginare un mondo senza le loro canzoni? Senza "Let it be", "Help!" e "All you need is love", "Here comes the sun", senza Paul, John, George e Ringo, il White Album (l'album bianco) e il concerto sul tetto della Apple Corps a Londra, Abbey Road e l'imitatissima fotografia della copertina in cui i i Fab Four attraversano le strisce pedonali e Paul McCartney lo fa a piedi nudi? Sarebbe certamente un mondo più triste, meno colorato dalla musica, difficile da immaginare.

Ecco perché ci manca tanto. John Lennon non era un uomo scontato o prevedibile. Era un uomo profondo, acuto. I testi delle sue canzoni sono poetici, e i suoi pensieri spunti per riflettere. Scriveva ovunque, appunti, ragionamenti e lettere come questa, resa pubblica dopo la morte: "Ci hanno fatto credere che l'amore, quello vero, si trova una volta sola, e in generale prima dei trent'anni. Non ci hanno detto che l'amore non è azionato in qualche maniera e nemmeno arriva ad un'ora precisa". "Ci hanno fatto credere che ognuno di noi è la metà di un'arancia, che la vita ha senso solo quando riusciamo a trovare l'altra metà. Non ci hanno detto che nasciamo interi, che mai nessuno nella nostra vita merita di portarsi sulle spalle la responsabilità di completare quello che ci manca: si cresce con noi stessi. Se siamo in buona compagnia, è semplicemente più gradevole".
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