In Sardegna il diritto di scegliere sul proprio fine vita continua a essere applicato a macchia di leopardo. Lo sostiene l’associazione Sardegna-Radicale che ha effettuato un accesso agli atti nelle Asl di Oristano e della Gallura che, nonostante le tempistiche rigorose poreviste da un legge regionale, non hanno ancora nominato la commissione multidisciplinare chiamata a dare un responso sulle istanze per il suicidio assistito. 

«La legge regionale  di settembre 2025 imponeva alle aziende sanitarie di istituire tali commissioni entro quindici giorni dall’entrata in vigore della norma, dunque entro il 3 ottobre. Alla data del 20 luglio 2026, il ritardo accumulato da entrambe le Asl è di 290 giorni dalla scadenza di legge», è l’accusa. 

Per l’Asl 5 di Oristano «i dati pubblicati sul sito istituzionale mostrano che la procedura è stata soltanto avviata: l’azienda ha diffuso una manifestazione di interesse per la costituzione della commissione, fissando al 10 luglio 2026 il termine per le candidature, ma alla stessa data non risulta ancora alcuna delibera di nomina dei componenti». Per l’Asl 2 Gallura, invece «alla stessa data non risulta pubblicata alcuna delibera di nomina della commissione multidisciplinare né alcun avviso preparatorio nella sezione ufficiale degli avvisi e delle comunicazioni».

Le altre aziende sanitarie che hanno provveduto alla nomina lo hanno fatto con ritardi gravissimi: ASL 6 Medio Campidano, 146 giorni di ritardo; ASL 3 Nuoro, 201 giorni; ASL 1 Sassari, 265 giorni; ASL 4 Ogliastra, 265 giorni; ASL 8 Cagliari, 275 giorni; ASL 7 Sulcis, 280 giorni. «Anche dove la commissione è stata infine nominata, resta il dato politico e istituzionale di mesi di inadempienza, una lesione del principio di uguaglianza nell’accesso a un diritto previsto dalla legge regionale».

Il dato politico, prima ancora che amministrativo, secondo l’associazione è limpido: «La Sardegna ha approvato una legge di civiltà, ma una sua parte continua a non applicarla integralmente. Il risultato è un arcipelago di diritti, in cui l’accesso a una procedura prevista dalla legge dipende ancora dal territorio in cui una persona vive, soffre e attende risposta».

(Unioneonline/E.Fr.)

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