Mancano pochi giorni alla serata che il Centro Servizi Culturali Unla di Oristano dedicherà a “Sas cantones de Publio Dui”, il volume edito da Edes e curato da Dino Manca, docente di Filologia della Letteratura italiana e di Letteratura e filologia della Sardegna all’Università di Sassari. Un lavoro che nasce da un incontro, quello tra un filologo di lungo corso e un poeta quasi sconosciuto, che giovedì 26 marzo, alle 18, prenderà vita in una serata di letture e dialogo, con la partecipazione di Simone Pisano, professore all’Università per Stranieri di Siena, di Antonio Ignazio Garau, giornalista e traduttore-interprete, e di Maria Teresa Rosu, poetessa e operatrice culturale.

Dino Manca non esita a usare una parola precisa per descrivere Publio Dui: «Onesto. Non finto, non costruito per compiacere nessuno. Il suo canto sgorga diretto dalla fonte della sua ispirazione, da quella che io chiamo la profondità classica del vissuto. Non c’è artificio. C’è la carne, c’è il dolore, c’è quella che lui stesso avrebbe potuto chiamare “su chivu amaru”, il seme amaro, da cui nasce ogni verso».

«Per uno studioso abituato a lavorare su autori sardi – spiega Simone Pisano – l’incontro con Dui ha avuto qualcosa di inevitabile. Per un filologo incontrare una voce così è un privilegio. Il lavoro quasi si impone da solo. Ma il privilegio porta con sé una responsabilità tecnica non banale. Dui non ha avuto editori che lo hanno accolto prima d’ora. Ha scritto per sé, senza pensare a un pubblico. Questo rende il lavoro ecdotico più delicato, ma anche più prezioso, quello che Manca ha cercato di fare è restituire a Dui la dignità critica che merita, la stessa che ha dato, nel corso degli anni, a molti altri autori sardi».

Copertina - Sas cantones de Publio Dui (foto Trebino)
Copertina - Sas cantones de Publio Dui (foto Trebino)
Copertina - Sas cantones de Publio Dui (foto Trebino)

«La cifra più profonda di Dui, poi, non è stilistica ma esistenziale. Il poeta di Lula scriveva per riconciliarsi con sé stesso – osserva Antonio Ignazio Garau – per fare i conti con quel passato che non smetteva di agire su di lui, per sublimare le ferite ancora aperte dell’anima. La sua poíesis trova scaturigine dal bisogno di recuperare sé stesso, osserva il curatore, «di riconciliarsi con lo straniero che abitava in lui, quell’“umbra cumpanza”, l’ombra compagna. Un’immagine potente, che dice tutto sulla tensione interiore di una scrittura nata dalla necessità e non dall’ambizione. Viviamo in un’epoca in cui la parola pubblica è spesso esibita, performativa, costruita per l’effetto, Dui è l’opposto. Non cercava il consenso, cercava la verità. E questo, paradossalmente, lo rende modernissimo».

La serata all’Unla si preannuncia, dunque, come qualcosa di più di una presentazione editoriale. Le letture di Maria Teresa Rosu serviranno a far sentire come suonano quei versi quando vengono restituiti all’aria e per fare in modo che accada ciò che sempre accade quando si parla davvero di poesia: che qualcuno vi si riconosca. Perché Dui ha scritto della sua ferita, ma le ferite, in fondo, si somigliano tutte.

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