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Coppia cagliaritana bloccata in Perù: «Fateci tornare»

Il sogno di una vita tra Colombia, Ecuador e Perù, quando il coronavirus era ancora un incubo lontano
andrea pinna e sara montisci
Andrea Pinna e Sara Montisci

Bloccati in un villaggio di pescatori sulla costa del Perù, a un centinaio di chilometri dal confine con l'Ecuador sopraffatto dal Covid-19 (i corpi delle vittime lasciati per strada vengono dati alle fiamme), temono di non poter rientrare in Sardegna. Andrea Pinna, geologo di 34 anni, e la compagna Sara Montisci, 32, artigiana, sono partiti per il Sud America a gennaio: il sogno di una vita tra Colombia, Ecuador e Perù, quando il coronavirus era ancora un incubo lontano, apparentemente rinchiuso nei confini della Cina. «Con il passare dei giorni e delle settimane sono cresciute le preoccupazioni», spiega la coppia che vive a Cagliari. «Non siamo riusciti a rientrare prima che l'emergenza travolgesse l'America Latina e il nostro volo, che sarebbe dovuto partire dalla capitale peruviana Lima, è stato cancellato. Siamo in trappola, senza alcun aiuto da parte della nostra ambasciata».

Bloccati

Per ora sono al sicuro. Mancora è una località turistica sul mare ma dopo l'arrivo del Covid-19 anche in Perù è diventato un piccolo villaggio: i viaggiatori - quelli che hanno potuto e che ce l'hanno fatta - sono scappati per tornare nei loro Paesi. Andrea Pinna (originario di Dolianova) e Sara Montisci (prima di trasferirsi a Cagliari viveva a Sardara) hanno fatto appena in tempo a varcare - con non poche difficoltà - il confine con l'Ecuador prima che il Perù si fermasse: trasporti e spostamenti bloccati. «Siamo a mille e cento chilometri dalla capitale Lima. Solo da quell'aeroporto partono i voli umanitari per poter rientrare in Italia. Noi siamo in un ostello: non ci possiamo muovere se non con un'auto privata che ci costerebbe più di mille euro. Non solo: non sappiamo quando ci potrebbe essere un volo per l'Italia. Insomma siamo bloccati qui da tre settimane».

Il viaggio di una vita

La coppia ha organizzato il viaggio tre mesi fa. «Nessuno pensava potesse scoppiare un'emergenza del genere», spiega Pinna. Così l'avventura è iniziata a fine gennaio: prima la Colombia, poi l'Ecuador. Il virus intanto ha raggiunto l'Italia e l'Europa. «Inizialmente in Sud America non hanno preso misure preventive. Noi comunque, sentendo le notizie che arrivavano dall'Italia, ci siamo attrezzati con guanti e mascherine». Il viaggio di una vita si è trasformato in una corsa. «Quando abbiamo capito che ogni Paese si stava chiudendo abbiamo accelerato per raggiungere il prima possibile il Perù: il nostro aereo sarebbe dovuto partite da Lima». Ma anche il passaggio dalla Colombia all'Ecuador non è stato facile: «Abbiamo dovuto dimostrare con i visti sui passaporti che avevamo lasciato l'Italia già a gennaio. Ci vedevano come possibili untori».

La richiesta di aiuto

Il 12 marzo sono riusciti a entrare in Perù. Ora, da un ostello di Mancora, aspettano un aiuto. «Si può uscire solo per acquistare cibo e acqua», spiega il geologo. E c'è il coprifuoco dalle 18 alle 6. La capitale e l'aeroporto per un eventuale ritorno in Italia («ma partono solo voli umanitari», precisa Pinna) sono però lontanissimi. «Abbiamo perso il biglietto aereo e la compagnia non ci ha rimborsato. L'ambasciata italiana ci invia solo comunicati stampa e per quattro volte ci ha chiesto le foto, via mail, dei nostri passaporti». La coppia non vede vie d'uscita: «Per questo chiediamo che le istituzioni ci aiutino. Non solo l'ambasciata italiana ma anche la Regione. Vogliamo poter rientrare a casa».

Matteo Vercelli

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