CULTURA

L'intervista

Lo Stato nell'era di Google: come la società cambia con la rivoluzione del web

Siamo di fronte a una ritirata delle istituzioni di fronte allo strapotere della tecnologia? La risposta di Lorenzo Casini
lorenzo casini (foto concessa)
Lorenzo Casini (foto concessa)

Il mondo sta cambiando per effetto, soprattutto, della globalizzazione e delle nuove tecnologie. In quest’epoca di cambiamento molti studiosi di politica e delle istituzioni stanno avanzando l’idea che la rivoluzione tecnologica sia un processo epocale, capace di produrre sullo Stato, sulla sua organizzazione e percezione, una cesura paragonabile a quella che si ebbe, per esempio, con la Rivoluzione francese e i due conflitti mondiali. Stanno, infatti, aumentando i poteri alternativi allo Stato, anche privati, e devono dunque cambiare gli strumenti per gestirli, capirli, usarli e contenerli. Nell’era digitale, inoltre, cambiano le forme di rappresentazione della verità e si moltiplicano i fenomeni di "falsificazione". Qual è dunque la condizione di salute dello Stato? Ne parliamo con Lorenzo Casini, docente di Diritto amministrativo presso la Scuola IMT Alti Studi di Lucca e autore del volume Lo Stato nell’era di Google (Mondadori Education, 2020, pp. 120, anche e-book):

"Nei diversi secoli della sua vita, si è discusso molte volte di una 'ritirata', fine o eclissi dello Stato. Se guardiamo allo Stato come forma di comunità politica è però difficile parlare oggi di crisi, perché gli Stati restano i protagonisti dell’arena internazionale. Anche la pandemia ha ancora una volta confermato quanto lo Stato mantenga un ruolo determinante. Allo stesso tempo, abbiamo anche visto come problemi globali possono essere risolti solo tramite la cooperazione internazionale. Se invece guardiamo a un determinato tipo di Stato, come per esempio quello cosiddetto democratico, parlare di crisi è corretto, soprattutto se si tiene conto dell’impatto prodotto dalle nuove tecnologie e dalla globalizzazione. Lo Stato non è in crisi, dunque, ma lo Stato democratico sì, perché sta subendo mutamenti profondi".

La copertina del libro
La copertina del libro

Quindi le nuove tecnologie stanno cambiando lo Stato democratico? Ma come?

"Sì, decisamente lo stanno cambiando. La rivoluzione tecnologica rappresenta uno dei principali fattori di cambiamento della società e delle istituzioni. Cambiano i modi e le forme della democrazia, anche perché la tecnologia regala l’illusione di una democrazia diretta. L’intelligenza artificiale e gli algoritmi si diffondono nelle amministrazioni pubbliche, influenzando i processi decisionali. Emergono questioni cruciali sulla tutela dei diritti fondamentali: come ci si difende contro un algoritmo? Come proteggere davvero la riservatezza? Naturalmente non vi sono solo aspetti negativi, perché le nuove tecnologie possono anche rafforzare lo Stato democratico, per esempio in termini di trasparenza, efficienza e competitività. Ma per governare questi processi occorrono competenze, molte delle quali non sono più nelle amministrazioni pubbliche, bensì in aziende private: basta citare il caso del controllo sulle fake news, svolto in via principale direttamente da Facebook e altre G-tech".

Quale ruolo avranno gli Stati nel futuro?

"Per molti anni gli Stati avranno lo stesso ruolo centrale che hanno oggi. La dimensione statale è ancora quella di riferimento in moltissimi settori, dal diritto internazionale allo sport. Ma lo Stato è in continua trasformazione, al suo interno e nei rapporti tra Stati. Come scriveva Norberto Bobbio: ‘nessuno Stato è solo’. È chiaro, perciò, che in futuro aumenteranno ancora di più regole, istituzioni e procedure globali, anche grazie alle tecnologie. Ma è inverosimile prevedere una fine improvvisa per gli Stati".

Come dovranno evolvere le istituzioni nell'era digitale?

"Innanzitutto, speriamo davvero che possano evolvere migliorando e quindi è fondamentale che la digitalizzazione rafforzi l’istruzione, le competenze e la consapevolezza delle persone. Anche le istituzioni sono fatte di donne e uomini e da qui bisogna partire. Un rischio da evitare, come provo a mettere in luce nel libro, è che si abbandoni la scrittura per approdare ad altre forme di comunicazione. Questo sarebbe un cambiamento radicale, perché è con la scrittura che sono state costruite le grandi burocrazie. L’era digitale mette perciò in discussione le basi e la tradizione delle istituzioni, agisce sul tempo e sui modi delle decisioni, abbatte l’intermediazione, trasforma il rapporto tra potere pubblico e cittadini. È difficile prepararsi per tutto questo, soprattutto se il personale pubblico è in età avanzata e demotivato".

Come dovrà essere la democrazia di domani?

"Le forme di democrazia sono tante e quindi certamente anche in futuro ne avremo molte versioni. Non bisogna cadere nell’errore, per esempio, di ritenere la democrazia diretta come sostitutiva di quella rappresentativa. Semmai possono integrarsi. Per decisioni complesse, però, non è immaginabile rinunciare al Parlamento, perché occorre studio, preparazione, tempo. Il punto che resta centrale, però, è l’istruzione. Solo rafforzando la scuola e potenziando il sistema educativo, la democrazia può avere futuro. Ciò vale ancor di più nell’era digitale, perché serve conoscenza per poter comprendere i differenti livelli di lettura di un testo e per orientarsi tra miliardi di dati e informazioni troppo spesso non attendibili. Senza scuola, non può esservi democrazia".

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