Il ventennale della morte, avvenuta nel settembre 1998, ha riacceso i riflettori su Lucio Battisti. Riflettori che in realtà non si sono mai spenti perché le canzoni di Battisti fanno parte della colonna sonora della vita di troppe persone. A celebrare questo musicista e cantante che ha rivoluzionato, assieme e più del paroliere Mogol, la musica leggera italiana a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta sono stati articoli, libri, special televisivi. Ma a colpire maggiormente sono state le tantissime manifestazioni di affetto che Lucio Battisti ha ricevuto sui social, da Facebook a Instagram. Segno di una popolarità saldissima nonostante l'artista abbia fatto in tempi lontanissimi scelte in un certo senso "impopolari": in pratica niente apparizioni Tv dopo i primi anni Settanta, niente concerti dal vivo, niente interviste.

Solo la musica a tenere aperto un canale di comunicazione e di dialogo con il proprio pubblico come ben ci racconta nel suo "Il nostro caro Lucio" (Hoepli, 2018, pp. 218) il giornalista Donato Zoppo a cui chiediamo, come prima cosa, che tipo di rapporto sia riuscito a instaurare Battisti con i suoi ammiratori, pur diventando una sorta di fantasma mediatico:

"Battisti ha continuato ad avere in dialogo costante con i suoi ammiratori e ascoltatori anche se in un modo molto lontano dalle logiche odierne, basate sulla sovraesposizione mediatica. Battisti ha voluto dialogare solo con le sue canzoni ed è stato un dialogo di profondo amore basato su una grande devozione per la musica. Nel libro racconto un aneddoto che risale al Cantagiro del 1968, un aneddoto che a mio parere ci fa capire quanto questo artista capisse il pubblico. Battisti partecipò al Cantagiro con quello che fu il suo primo grande successo come cantante, "Balla Linda". Dopo un'esibizione disse a Maurizio Vandelli, ai tempi leader dell’Equipe 84: 'A Maurì, qui nun me ferma più nessuno!'".

Un'immagine dalla copertina del libro
Un'immagine dalla copertina del libro
Un'immagine dalla copertina del libro

Da dove veniva tanta sicurezza in un autore che ai tempi non era ancora famoso?

"A mio parere aveva capito che la musica e le parole della canzone avevano creato un filo diretto fortissimo col pubblico, un legame difficilissimo da spezzare. Un legame che è veramente indissolubile fino ai primi anni Ottanta quando Battisti scriveva con Mogol".

Le cose cambiarono quando Battisti si separò da quello che era stato il suo paroliere di fiducia per una quindicina di anni?

"Il legame cambiò ma non si spezzò. Gli album degli anni Ottanta e Novanta ci presentano un Battisti più intimo, che parla più di sé stesso attraverso magari i testi di Pasquale Panella. In questi dischi il dialogo con il pubblico è stato in un certo senso più costruttivo che in precedenza. È come se Battisti in album come "Don Giovanni" oppure "Hegel" abbia voluto dire: 'Non sono più quello di prima, venitemi a scoprirmi. Sarà difficile ma allo stesso tempo entusiasmante'".

La seconda fase della carriera di Battisti, quella dopo la separazione da Mogol, è meno conosciuta al grande pubblico rispetto alle grandi hit degli anni Sessanta-Settanta. Ma che Battisti ci raccontano quei dischi?

"Sono album, quelli degli anni Ottanta e Novanta, che pagano lo scotto di essere arrivati dopo il clamoroso successo dei brani scritti con Mogol. Per uscire da quel successo Battisti ha volutamente spiazzato il suo pubblico e lo ha fatto in maniera così decisa che ancora oggi c'è molta diffidenza tra gli appassionati sugli album scritti per i testi da Pasquale Panella. Viceversa, quei dischi sono musicalmente straordinari, ci fanno ascoltare un Battisti innovatore, attento alla tecnologia e ai nuovi generi come il funk, il rap. Sono il frutto di un percorso personale in cui Battisti cercò, riuscendoci spesso, di coniugare ricerca musicale e comunicazione con il suo pubblico. Se si vuole conoscere Battisti della fase post Mogol io consiglio sempre di partire da 'Don Giovanni' del 1986 e ascoltare con attenzione e pazienza. Alla fine, si viene premiati".

Ci ha parlato della bellezza dei dischi del periodo in "solitario". Ma cosa perse Battisti rimanendo da solo, se perse qualcosa?

"Perse il rapporto dialettico con i musicisti con cui suonava in precedenza, un rapporto che era stato alla base di tanti suoi successi. Un grande successo come "Il tempo di morire" venne improvvisato in studio di registrazione con la band, è il frutto del feeling tra Battisti e i musicisti che suonavano con lui. Nella seconda fase della carriera tutto questo viene meno, i dischi hanno quindi meno pathos rispetto ai precedenti, si perde quel senso di emozione collettiva che si avverte nei successi degli anni d'oro con Mogol. Però, come detto prima, i dischi più recenti hanno comunque tante frecce al loro arco".

Perché a suo parere Battisti a un certo punto decise di sparire?

"Credo sia stata una scelta coerente con il percorso di un artista che seguiva maggiormente quello che aveva dentro di sé rispetto a quello che gli veniva detto dall'esterno. Battisti aveva incontrato molti ostacoli per potersi affermare, soprattutto perché era accusato di non avere una voce da cantate. La Ricordi, la sua casa discografica, non voleva far esibire con una voce tanto improbabile e solo Mogol riuscì a imporlo. Battisti però tirò sempre dritto per la sua strada, sapeva quello che faceva e quello che voleva. A un certo punto volle fare un percorso in solitario e scelse di far parlare solo la sua arte, la sua musica".

Roberto Roveda
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