Ci sono squadre che si misurano con le classifiche e altre che, prima ancora, si misurano con la sopravvivenza. L'Uragano Pirri appartiene alla seconda categoria in tutti i sensi: quella del campionato che sta per cominciare e quella, ben più faticosa, di chi ogni estate deve inventarsi il modo di ripartire.

La società nata nel 1959 si appresta a disputare il suo sessantasettesimo campionato consecutivo in Figc: dopo il Cagliari, è il sodalizio più anziano dell'intero hinterland cagliaritano. Sessantasette anni senza un'interruzione, senza una stagione saltata, senza un cambio di bandiera. Un patrimonio di storia e di blasone che quest'anno rischia però di essere messo seriamente in discussione da mille difficoltà. La prima, la più pesante, ha un nome semplice: non c'è un campo.

Niente impianto per giocare, niente impianto per allenarsi. Per una squadra di calcio è come chiedere a un'officina di lavorare senza officina. Ogni allenamento diventa una trattativa, ogni gara interna una questione di ospitalità altrui, con costi, trasferte e disagi che ricadono su dirigenti e giocatori. Il tutto in un quartiere, Pirri, che di calcio ne ha vissuto tantissimo e che oggi si ritrova senza un terreno di gioco da mettere a disposizione della sua squadra più antica.

«Credo che nel 2026 ogni società sportiva, che fra l'altro svolge un'importante funzione sociale, debba essere messa nelle condizioni di poter fare sport – dice il presidente Costanzo Chessa –. È assurdo che Pirri non abbia un campo di calcio.»

Chessa quel club lo ha fondato nel 1959, a diciannove anni, insieme al fratello Sebastiano e a un gruppo di amici. Il nome, Uragano, lo scelsero per evocare forza e determinazione: due qualità che, sessantasette anni dopo, servono più in segreteria che in campo.

«Andiamo avanti perché ci crediamo, ma continuare a portare avanti la storia dell'Uragano sta diventando sempre più difficile – aggiunge il presidente –. Qui non gira un euro, nessuno prende un centesimo: si tirano fuori i soldi di tasca propria per le iscrizioni, per gli arbitri, per i palloni. Quello che chiediamo non è un favore, è una condizione minima: un campo dove far giocare i ragazzi.»

È il punto su cui Chessa insiste di più, e non è retorica da fine estate. Una società di base è un presidio: tiene insieme un gruppo di ragazzi due o tre sere alla settimana, li porta fuori casa la domenica, insegna orari, regole e sconfitte. «Non stiamo parlando solo di calcio – sottolinea il presidente –. Stiamo parlando di ragazzi che stanno insieme invece di stare altrove. Se una società come la nostra chiude, non si perde una squadra: si perde un pezzo di quartiere. E dopo sessantasette anni sarebbe una sconfitta di tutti, non solo nostra.»

L'appello alle istituzioni è diretto e senza polemica: «Siamo pronti a sederci a un tavolo con chiunque possa darci una mano, il Comune, la Municipalità, chiunque abbia uno spazio da mettere a disposizione. Non chiediamo uno stadio. Chiediamo un campo regolamentare dove allenarci e giocare le partite in casa. Con quello, l'Uragano continua a esistere.»

Sul fronte sportivo la rosa è stata completamente rinnovata. Volti nuovi, età media abbassata, un gruppo tutto da assemblare. In panchina, invece, non cambia nulla: confermato Alberto Chessa, figlio del presidente Costanzo, un'altra tessera di quella continuità familiare che da sessantasette anni tiene in piedi il club. L'obiettivo dichiarato è quello di chi conosce il proprio bilancio e non racconta favole: mantenere la categoria senza grossi patemi, costruendo strada facendo.

«Alberto conosce l'ambiente meglio di chiunque altro e sa benissimo in che condizioni si lavora – spiega Chessa –. Abbiamo cambiato quasi tutta la squadra, servirà pazienza. Ma se ai ragazzi dai un posto dove allenarsi con continuità, i risultati arrivano da soli.»

Nella storia dell'Uragano ci sono tre campionati di Terza categoria e due di Seconda, una promozione in Promozione sfiorata nei primi anni Ottanta e un ragazzo di Pirri, Salvatore Matrecano, che da qui è partito per arrivare a Foggia, Napoli, Parma e al Nottingham Forest. Roba da vetrina, se una vetrina ci fosse.

Oggi la partita più importante l'Uragano la gioca fuori dal rettangolo, e non dipende da come andrà il mercato o da quanti gol farà l'attaccante nuovo. Dipende da una risposta che il quartiere aspetta da troppo tempo.

 

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