La promessa del The Rural Beer Tasting Festival era una serata di birra e buona musica, ma Mogoro ha vissuto molto di più. Ieri sera, in via Pergolesi, i Marlene Kuntz hanno fatto tremare il paese con “Il vile” e il pubblico ha risposto a tono, scatenandosi a ritmo di rock. Uscito nel 1996, a due anni da “Catartica”, il disco contribuì a portare il noise rock nel panorama italiano con una miscela di rabbia, sensualità e distorsioni, e a trent’anni di distanza non ha perso un grammo di forza. L’esibizione, alle 21:30 e a ingresso gratuito, ha chiuso la giornata sarda della rassegna organizzata dal Distretto Rurale del Giudicato di Arborea, fatta di birre artigianali, degustazioni e musica. Dopo il concerto abbiamo incontrato Cristiano Godano, voce e anima della band, che ci ha parlato della storia del disco, dei testi, dei brani rimasti nel cassetto e del futuro della musica, oltre al suo rapporto con la Sardegna, un’isola che dice di amare.

Avete portato a Mogoro “Il vile”, un disco ancora capace di riempire club e piazze. Quando lo riproponete dal vivo, vi sembra di incontrare un vecchio amico o di rivedere voi stessi com’eravate?

«Se devo scegliere, direi che rivedo me stesso com’ero. E mi fa piacere scoprire che quel “me” è lo stesso che mi abita ogni giorno, solo con qualche qualità in meno, di quelle che sono arrivate con l’esperienza. Quanto alla durata: “Il vile”, insieme a “Catartica”, è uscito in un periodo magico per il rock italiano e, essendo un disco di ottima fattura nel suo ambito, ha ereditato quell’incanto, che vive ancora nel cuore di molti».

Il disco è stato descritto come un lavoro in cui inquietudine e fragilità diventano una lingua nuova, con la rabbia che si fa lirica. Vi ritrovate in questa lettura?  

«Come tutti i nostri lavori, “Il vile” fotografa chi eravamo nel momento in cui lo pensammo. Allora ci affascinavano gruppi tosti come i Soundgarden, che facevano musica cupa e aggressiva, inquieta e a tratti fragile, e li amiamo ancora oggi. La lingua nuova, semmai, è quella dei miei testi: l’italiano stava ancora cercando le coordinate giuste per diventare un linguaggio credibile sopra musiche di matrice anglosassone, cioè rock. Più volte gli addetti ai lavori hanno detto che le mie parole hanno contribuito a questo traguardo, e mi fa piacere ritrovarmi d’accordo. Detto questo, no: da giovani non sentivamo altro che il desiderio di fare cose magnifiche, almeno per noi. Ogni stagione della nostra storia ha trovato riscontro in album sempre diversi, in continua evoluzione».

Il passato riserva ancora sorprese: avete pubblicato “Fine della danza”, un brano scritto ai tempi di “Catartica” e rimasto a lungo in un bootleg. Com’è stato riascoltarlo?

«Mi ha fatto una certa simpatia. Eravamo acerbi e non ancora del tutto a fuoco, spaziavamo tra più sottogeneri del rock, e quel pezzo era un tentativo nella direzione dei Thin White Rope, una band che amavamo e che non credo conoscano in molti».

Dopo un tour dedicato al passato, c’è voglia di tornare in studio? Cosa vorreste raccontare oggi che allora non potevate immaginare?

«Internet ha stravolto la musica, rendendola di fatto gratuita: chiunque trova qualsiasi brano online con un semplice click. Diventa frustrante impegnarsi su pezzi nuovi che non produrranno reddito, se non in quantità ridicole e mortificanti. Penseremo a un disco nuovo quando avremo esaurito il potenziale dei nostri live. Ma l’Italia è piccola e non la si può spremere oltre misura».

Mogoro è un paese con un’identità forte, lontano dai grandi circuiti dei concerti. Che effetto fa portare un disco in un contesto come questo? E che rapporto avete con la Sardegna?

«Siamo abituati da tempo a suonare un po’ ovunque in Italia, quindi portare la nostra musica in una realtà piccola non è per noi una novità. Ci è capitato tante volte, negli anni. Amo la Sardegna, e lo dico senza alcuna convenienza. La amo soprattutto nei posti come Mogoro, perché lì la terra è meravigliosa, aspra e sorprendente, dura e accogliente. E adoro i sardi: il loro senso dell’umorismo, figlio di un pragmatico cinismo, e quel sospetto guardingo che si trasforma in cuore aperto quando capiscono di avere davanti qualcuno che merita rispetto».

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