Mancano poche ore alla 70esima edizione del Festival di Sanremo, che comincia domani fino all'8 febbraio e quest'anno vedrà alla guida Amadeus, affiancato da Fiorello e Tiziano Ferro.

Sono 24 i cantanti in gara, tra grandi ritorni (Marco Masini, Michele Zarrillo, Irene Grandi), new entry (Piero Pelù, Levante, Junior Cally), e talent (da Elodie - la sua "Andromeda" annovera tra gli autori il sardo-egiziano Mahmood - passando per Alberto Urso e Anastasio).

C'è chi lo aspetta tutto l'anno, chi organizza serate di gruppo per guardarlo insieme, come ai bei tempi in cui c'era una televisione per ogni palazzo, chi accende Rai1 solo per abitudine, chi altezzosamente lo snobba ma non rinuncia a una sbirciatina, anche solo per criticarlo sui social, e chi organizza grandi crociate per boicottarlo a causa del solito polemicozzo. Che non è mancato neanche quest'anno, con l'ormai celebre "passo indietro" della fidanzata di Valentino Rossi, che tanto ha destato ammirazione in Amadeus e che ha fatto gridare allo scandalo femministe di tutta Italia (le stesse che magari insultavano Rula Jebreal, troppo bella e troppo brava) e realizzare divertenti meme sui social, la migliore risposta in circolazione per prendere un po' in giro gli umori del web, che si gonfiano, si gonfiano, e poi fanno la fine delle bolle di sapone.

Polemiche sterili, dunque? Affatto, Sanremo è anche questo. È Claudio Baglioni che parla dei migranti e dei porti aperti, 2019; è il vestito che secondo Caterina Balivo mette in mostra troppi centimetri del corpo perfetto di Diletta Leotta, 2017, e quindi non è ideale per parlare di diritti delle donne. Ma è anche Povia che canta "Luca era gay", 2009, sollevando l'ira proprio delle associazioni Lgbt e attirando accuse addirittura di omofobia. È il perizoma in vista di Anna Oxa che si esibisce con "Senza Pietà", 1999; è l'orchestra che lancia gli spartiti per aria perché "Italia Amore Mio" del trio Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici è arrivata seconda, 2013. È Adriano Celentano che canta 24mila baci dando le spalle al pubblico, 1961.

Anna Oxa e il perizoma in bella vista (Archivio L

LA STORIA - Dal 1951, anno in cui Nunzio Filogamo conduceva la prima edizione del Festival, (per la diretta tv bisogna aspettare altri cinque anni) e Nilla Pizzi, il Duo Fasano e Achille Togliani, gli unici concorrenti in gara, cercavano di cantare venti canzoni tra la confusione del pubblico che era andato al Casinò solo per mangiare e fare bagordi, Sanremo è stato ed è la fotografia, lo specchio, che ci ritrae e ci racconta chi siamo.

Negli anni del boom economico, mostra le grandi dive che facevano sognare, da Mina alla Vanoni, e fa risuonare le parole d'amore dei cantautori - Modugno, Endrigo, Tenco - per dimenticare gli orrori della guerra e della distruzione. Negli anni Settanta la crisi, perché tra le bombe rosse e nere che continuavano a seminare il terrore da Nord a Sud, non c'era più tempo per pensare alle canzonette. Anche perché, per i giovani radicali protagonisti di quel decennio, rappresentavano in musica tutto quello che odiavano: l'intrattenimento più futile, il consumismo, l'ordine costituito. E guai a chi dicesse il contrario. Negli anni Ottanta la rinascita, con il Festival che tra colori fluo, leggings, e luci stroboscopiche, si trasforma ancora una volta e diventa la cosa più simile a quella che conosciamo oggi: un contenitore, di vallette, gaffe, grandi ospiti, folklore. E canzonette.

Pierangelo Bertoli con i Tazenda sul palco di Sanremo (Archivio L

LE CANZONI - L'Ariston è il teatro in cui sono stati eseguiti per la prima volta brani storici della musica italiana, e senza necessariamente scomodare Domenico Modugno e il suo "blu dipinto di blu". Pierangelo Bertoli, con "Spunta la luna dal monte" e i Tazenda, ci è rinato su quel palco. Il "Signor Tenente" di Giorgio Faletti, nel 1994, ha fatto rimbombare gli ordigni di Capaci e di via D'Amelio, e nel sottofondo l'urlo delle vittime e degli uomini e delle donne della loro scorta. Mia Martini ha semplicemente fermato il tempo con "Almeno tu nell'universo". Ed è difficile evitare le lacrime rivedendo Lucio Dalla che dirige l'orchestra per "Nanì" e fa la seconda voce di Pierdavide Carone. Non sapeva, non lo sapeva nessuno, che quello era un addio e che meno di un mese dopo, da Montreux, sarebbe arrivata la notizia della sua morte.

Tutto questo è scritto nella storia di questo Paese. E un po', va detto, è confortante.

Quindi, buon Festival a tutti!
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