L’emergenza come sistema: l’intervento del 3 febbraio
Di Giovanni Maria ChessaLe immagini che arrivano da Niscemi, insieme a quelle del ciclone Harry che ha investito Sicilia e Sardegna, non sono l’ennesima cronaca di eventi meteorologici estremi.
L’impotenza dell’uomo davanti alla furia dell’acqua che precipita a valle è la rappresentazione plastica di un fallimento pubblico che dipende, prima di tutto, da responsabilità individuali. Ogni volta che il fango travolge case e strade, facendo da spartiacque per il futuro di intere comunità, il dibattito si rifugia in una spiegazione comoda e senza scenari alternativi, cioè il cambiamento climatico. Un fattore reale, a cui l’uomo concorre con le sue attività, si dirà, ma sempre più spesso utilizzato come alibi collettivo, buono per assolvere tutti e non chiamare in causa nessuno.
Il rischio idrogeologico, tuttavia, non è un incidente di percorso né una calamità imprevedibile. Al contrario è il risultato di scelte precise o di omissioni altrettanto inequivocabili, stratificate nel tempo e legittimate per ignoranza o peggio ancora per collusione da un rapporto perverso che si instaura tra cittadini e classe dirigente. Assenza di pianificazione urbanistica, abusivismo tollerato (quando non apertamente incoraggiato), corsi d’acqua tombati, aree a rischio trasformate in zone edificabili ed edilizia di bassa qualità sono gli ingredienti base delle tragedie. Tutto questo non ha nulla di naturale. È responsabilità politica e soprattutto amministrativa.
È noto a tutti come in molte parti del Paese, specialmente nel Mezzogiorno, lo sviluppo dei centri abitati sia stato irregolare o illegale, spesso nella ragionevole aspettativa che prima o poi sarebbe arrivato un condono o, quantomeno una sanatoria di fatto, per assicurare il quieto vivere. Un sistema che ha prodotto consenso misurabile nel breve periodo e danni irrimediabili nel lungo.
Le catastrofi accadono quando al diluvio si somma un territorio fragile e mal pianificato, dove non esistono presìdi elementari di legalità e rispetto delle regole. Questa responsabilità ricade in primo luogo sui Comuni e le Regioni, che non si dotano degli strumenti di pianificazione o omettono i relativi controlli, lasciando lo sviluppo urbano in una zona grigia. Sono le amministrazioni che rinviano la messa in sicurezza perché impopolare o perché incapaci di operare come stazione appaltante. A ciò si aggiunge quella ristretta cerchia che preferisce la gestione dell’emergenza alla prevenzione, l’ultimo stadio di un assistenzialismo, oggi insostenibile, che baratta il governo del territorio con le preferenze.
Il risultato è un modello ormai consolidato, in cui la prevenzione è marginale mentre l’emergenza diventa permanente. Quando il disastro si verifica, entra in scena lo Stato con deroghe alla rigida disciplina fiscale e gli immancabili ristori. Interventi necessari per ripristinare condizioni di vita accettabili, che nel tempo si sono trasformati sistematicamente in una scorciatoia. Ogni evento calamitoso diventa l’occasione per rivedere le priorità di spesa e dirottare risorse che vengono sottratte ad altri programmi ben più urgenti, come investimenti in conto capitale in infrastrutture e trasporti, per ricostruire ciò che, in molti casi, non avrebbe mai dovuto esistere. Qui si innesta un ulteriore cortocircuito, persino più grave, il principio di affidamento distorto.
Chi ha costruito in una zona a rischio, magari abusivamente e poi condonato, matura l’aspettativa che lo Stato interverrà comunque, in una logica salvifica che non tiene conto della realtà. Alla distruzione deve quindi seguire la ricostruzione, sempre a spese della collettività. È una logica che premia l’illegalità e penalizza chi ha rispettato le regole. Al danno si aggiunge la beffa. Non è un caso che oggi torni con forza il tema dell’assicurazione obbligatoria contro i disastri naturali. Una misura difficilmente eludibile se si vuole spezzare il nesso automatico tra calamità e stato di emergenza.
Il discorso investe anche le autonomie speciali. Sardegna e Sicilia dispongono di poteri rafforzati e, in un certo senso, di maggiori responsabilità. Ma l’autonomia non è un principio astratto da rivendicare per battere cassa e presuppone quella che gli anglosassoni chiamano accountability. Nel caso siciliano, in particolare, l’autonomia ha spesso alimentato apparati che, nel migliore dei casi, hanno prodotto inefficienza e clientelismo. Nel peggiore, illegalità e tragedie evitabili. La domanda, allora, è inevitabile. Siamo certi che il livello delle nostre classi dirigenti sia all’altezza dei poteri concessi e dei problemi irrisolti? È una domanda che riguarda anche la Sardegna, dove autonomia e cambiamento climatico non possono diventare uno schermo dietro cui occultare fallimenti conclamati né un modo per scaricare su Roma il costo degli errori.
Giovanni Maria Chessa