Piacentino, in diplomazia dal 1968, Armando Sanguini ha trascorso gran parte della sua vita in giro per il mondo, come capo della missione diplomatica in Cile negli anni finali di Pinochet, come ambasciatore in Tunisia e Arabia Saudita, Segretario generale al Ministero degli Affari Esteri, direttore generale per l'Africa sub-sahariana. Oggi continua a occuparsi di geopolitica da analista e advisor dell’Istituto di Studi di Politica internazionale per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Dottor Sanguini, quanto devono preoccuparci i venti di guerra che aleggiano sulla Siria?

"Il pericolo maggiore è che sfugga il controllo di questa spirale di dichiarazioni più o meno aggressive e belligeranti. Ma ho l'impressione che la partita sia più ampia. Da un lato abbiamo Donald Trump che solo due settimane fa aveva detto 'vogliamo ritirare il prima possibile i nostri soldati dalla Siria', smentendo così il suo ex segretario di Stato che aveva indicato come principali obiettivi della politica americana la sconfitta dell'Isis, il contenimento dell'Iran in espansione verso Ovest e quindi verso Israele, e la rivendicazione ai tavoli negoziali del controllo di quel 30% di territorio siriano che poi è anche il più ricco di materie prime. Poi c'è Israele, che è sempre più preoccupato dall'espansionismo iraniano e degli Hezbollah libanesi. Infine, c'è lo scenario scatenato dal turco Erdogan contro i curdi nella zona al confine con la Siria, andando in rotta di collisione con gli Stati Uniti. Il punto di fondo è se sfugge di mano tutto questo".

La stretta di mano tra Valdimir Putin e Tayyp Erdogan

E poi c'è l’altro grande protagonista, Vladimir Putin.

"Che non ha interesse a un'escalation nell'area, ma certo vuole confermarsi come principale vincitore militare e mediatore della crisi. Solo che per farlo non può fare a meno degli Stati Uniti, che dal canto loro non vogliono rinunciare al territorio occupato e privarsi così di uno strumento di negoziato formidabile, soprattutto nei confronti del grande rivale Iran. Inoltre la Russia ha buoni rapporti con Israele e non vuole pregiudicarli. Insomma, a mio parere i due grandi protagonisti non hanno interesse ad avere uno scontro frontale e infatti proprio in queste ore il ministro degli Esteri americano ha fatto chiaramente capire che un intervento massiccio non è consigliabile".

Come spiega allora i toni non proprio amichevoli degli ultimi giorni?

"Se mettiamo insieme tutto questo quadro e arriviamo al momento del presunto attacco chimico dei giorni scorsi a Douma, la confusione di ruoli risulta abbastanza evidente. Il quadro è di rischio oggettivo ma non in termini strategici, a meno che qualcuno dei protagonisti non perda effettivamente il controllo della situazione. Oggi Trump sta già frenando, bisogna vedere fino a che punto vorrà 'punire' Assad per questo presunto uso delle armi chimiche".

L’attacco di Douma è la miccia che può far esplodere tutto?

"Un attacco non ancora provato, bollato dalla Russia come provocazione e smentito dicendo che non c'è traccia dell'uso di gas. Ma nemmeno il contrario è documentabile, cioè che si tratti di una fake news. Se seguiamo la logica e ci chiediamo 'a chi giova', la risposta non porta a Bashar al-Assad, che non aveva motivo di attaccare una zona appena liberata dai ribelli. Ma la logica non sempre fa parte della politica, e Assad, che ha già dimostrato di essere un criminale, ha molta fretta di chiudere la partita e rioccupare tutto l'Ovest del Paese. Di certo c'è che questo attacco è più strumentale che reale e non è la vera causa della tensione".

Assad con Ali Akbar Velayati, consigliere dell

E qual è?

"Trump ha deciso di muoversi per una ragione molto più seria, e cioè il recente vertice turco tra Mosca, Teheran e Ankara, con quell'Erdogan membro della Nato, candidato all'Unione Europea e oggi schierato con il suo ex grande rivale russo. Un vertice che Trump deve aver visto come un duplice affronto: da parte di Putin, con cui comunque continua a mantenere un rapporto di coordinamento, e da parte di Erdogan, che sulla carta dovrebbe essere un suo alleato. Il fatto che i tre leader si mettano d'accordo per spartirsi la Siria, quando gli Usa ne controllano il 30% per cento, nella sua logica contrattualista non può esser accettato".

Esiste quindi una troika Mosca-Teheran-Ankara con Erdogan che tiene il piede in più scarpe?

"La troika c'è, quella di Ankara è stata l'ottava riunione, ma stavolta con i tre capi di Stato in bella vista ed Erdogan che si faceva fotografare accanto a Putin, creando profonda preoccupazione nell'Occidente. Un cambio di fronte visibile anche in Siria, e in particolare a Ghouta, dove da alleato dei ribelli è passato a combatterli per avere via libera da Putin contro i curdi nell'area di Afrin. Un gran giocoliere spericolato e poco affidabile".

Ma chi sono i ribelli in Siria?

"Uno sciame incredibile in cui il numero uno fino a poco fa erano quelli dell'Isis, il numero due Al Qaeda, che tendiamo a dimenticare ma che nell'area è ancora presente, e in sequenza tutta una serie di milizie finanziate un po' da Qatar, un po' dall'Arabia Saudita, un po' da tutti, con alleanze che cambiano durante una notte e si fanno da un chilometro all'altro. Un fronte messo in seria difficoltà a partire dal 2015, quando i russi sono riusciti nell'intento di far passare tutti indistintamente per terroristi".

Manifestazioni pro Assad nel 2016 ad Aleppo

E in tutto questo Bashar al-Assad?

"È il grande 'protetto' che ha rischiato di saltare nel 2015 e poi è stato rimesso in sella dai russi, che pensavano così di riuscire a tenerlo in pugno. Ma non è andata così, e facendo leva sul fatto che gli iraniani non lo abbandoneranno mai non si è piegato a obbedire ai russi, né ha intenzione di finire al tavolo dei negoziati sulla Siria come vittima sacrificale o per fare concessioni all'opposizione. Nel frattempo, però, qualcosa è cambiato, Putin vuole uscire dalla situazione come il grande broker che ha risolto il conflitto e per farlo deve tenere insieme tutti, compresa Arabia Saudita e Stati Uniti".

C'è chi dice che la Siria senza Assad potrebbe essere anche peggio di ora?

"Che il regime di Assad continui a stare in piedi credo che neanche gli americani o i sauditi lo mettono più in discussione, è gente pratica, che dice 'il vero problema è Bashar al-Assad e non il regime', su questo sono tutti d'accordo, poi però si tratta di mettersi d'accordo su un assetto costituzionale del Paese, e quando si definiranno i partiti politici e le elezioni allora si dovranno soddisfare anche le opposizioni, naturalmente quelle più moderate".

E il ruolo dell'Onu?

"Nel momento in cui i grandi protagonisti mostrano i muscoli, l'arma in mano alle Nazioni Unite è quella di dare legittimità alle decisioni future sulla Siria. Tant'è che Putin ha sempre detto 'dovremo arrivare a Ginevra' e quindi al tavolo negoziale gestito dalle Nazioni Unite, non tanto perché possa interferire, ma perché dia la benedizione alle operazioni portate avanti dai vari attori. Tenendo conto che anche nella cosiddetta troika gli interessi strategici dei singoli non convergono totalmente: banalmente un Iran troppo potente non piace neanche ai russi. E per tutti conta molto di più riportare equilibrio nell'area, leggasi Arabia Saudita, Israele, Libano e a livello internazionale Stati Uniti".

Truppe russe nella base siriana di Hemeimeem

E pensare che anche in Siria tutto è partito dalle cosiddette Primavere Arabe.

"Ed è proprio per l'errore fatto allora da Assad che si è passati dalle dimostrazioni pacifiche alla guerra civile, se non avesse reagito come fece nel 2011 oggi non staremmo parlando della crisi siriana".

Ora cosa farà Assad?

"Il dato di fatto è che oggi il Paese è diviso in almeno tre aree d'influenza: a Ovest Assad, gli iraniani e i russi, a Est gli americani e i turchi a Nord. Nel frattempo il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton è già arrivato, a breve arriverà il segretario di Stato Mike Pompeo, la Francia e l'Inghilterra si sono dette pronte, e quindi anche Assad deve tener conto della situazione, puntando ad arrivare ai negoziati avendo sotto controllo tutta la parte ovest della Siria, dando un contentino ai curdi in termini di autonomia e all'opposizione in termini di equilibrio politico".

Il dato di fatto sono i morti, i milioni di profughi, le macerie...

"Questo è il tasto fondamentale, noi oggi inorridiamo per le recenti morti di Douma, ma siamo stati a guardare per sette anni e l'Europa fa parte di quanti hanno girato la faccia dall'altra parte dicendo 'io non partecipo agli attacchi perché punto alla soluzione politica della crisi'. Ma la politica trova le soluzioni anche sulla base di conquiste che si fanno sul terreno".

Un'Europa incurante, salvo poi occuparsene con l’arrivo dei rifugiati.

"L'Europa si sta rompendo proprio sul problema dei migranti e dei profughi, invece di preoccuparsi di eliminare le cause delle migrazioni, ci siamo preoccupati di limitarne gli effetti".

Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni

Oggi l'argomento Siria è stato al centro delle consultazioni al Quirinale: nello scenario peggiore cosa dovrebbe fare l'Italia?

"In questo stato di cose noi abbiamo dei vincoli di lealtà, per cui abbiamo tutto il diritto di dire alla Nato e agli americani che dal nostro territorio non possono partire i bombardieri, non abbiamo invece il diritto di impedire che dalle varie basi si alzino in volo o partano le navi per obiettivi di analisi, valutazione e coordinamento. Ben ha fatto Gentiloni a dire quello che ha detto, un capo di Governo doveva chiarire la sua posizione in una situazione così calda, e a mio parere i vari leader in gioco per il futuro esecutivo dovrebbero dare prova di serietà sedendosi attorno a un tavolo per decidere una risposta chiara e unitaria. Sentire uno che dice una cosa, l'altro che dice l'opposto non fa bene al nostro prestigio e crea confusione su quanto potrebbe succedere domani mattina".

Quando vedranno la fine i siriani?

"Vorrei credere che sarà l'anno di svolta per avviare un processo di stabilizzazione del Paese. il fatto che resteranno aree d'influenza diverse è il male minore. Fra qualche settimana in Iraq ci saranno le elezioni, un Paese che si è liberato dall'Isis qualche mese prima della Siria: ecco, io auspico che Putin ottenga i meriti e riesca nel negoziato, e che Ginevra possa dire ‘abbiamo trovato il punto di partenza per la ricostruzione politica e materiale del Paese'".

Barbara Miccolupi

(Unioneonline)

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