Capogruppo del Pd in Consiglio comunale a Sestu, laureata in Filosofia, insegnante, guida turistica e oggi anche coordinatrice della segreteria provinciale dem di Cagliari, Michela Mura non ha mai smesso di fare politica. Neppure nei mesi in cui, come ha raccontato sui social, ha affrontato un tumore, «mesi complessi e faticosi che mi hanno scaraventato nei 50 anni in un modo che non avrei potuto immaginare». Un’esperienza personale che diventa racconto pubblico e messaggio collettivo, ma senza retorica e senza la narrazione della malattia come “guerra”.

Perché questa scelta?

«Perché è un approccio sbagliato. Parlare di guerra aggrava lo spirito di chi la affronta, che non si sente affatto una guerriera. Non c’è una battaglia da combattere ma una vita da vivere e da riprogrammare in base alle energie, ai progetti, al carattere. Io ho scelto di non rimanere in balia degli eventi e di costruire il mio percorso: ho camminato, pedalato, ballato. Ho messo l’attività fisica al primo posto e creato il mio protocollo del benessere. Cambiano le priorità, impari a godere di ciò che hai e a non rimandare».

Durante la malattia è rimasta in politica.

«Faccio attività politica da tutta la vita: è parte della mia identità, del mio carattere, del mio modo di stare al mondo. Continuare non è stato uno sforzo ma una scelta naturale. Il 25 giugno ho affrontato la biopsia, l’8 luglio ero in Consiglio comunale per discutere del trasporto pubblico in città: esserci significava essere me stessa».

Quanto è stato difficile?

«La cosa più complicata è proteggere la propria identità. La chemio porta con sé uno stravolgimento enorme e per me i capelli sono identità: incorniciano il viso, danno espressione, proteggono. Perderli ha significato una nudità davanti al mondo. Continuare a fare politica è stato per me il modo per rielaborare giorno per giorno chi ero e chi sono».

È vero che è stata derisa per i suoi capelli in contesti istituzionali?

«Sì, si è trattato di body shaming a tutti gli effetti. Mi dispiace per chi ha fatto quelle battute: è mancata l’umanità. Dovremmo imparare a dare l’esempio. Non è una questione di capelli lunghi o corti, di altezza o aspetto fisico: è la difficoltà di distinguere tra la dimensione privata e quella pubblica. A chi ha fatto commenti, anche plateali, davanti a tutti ho scelto di rispondere. Sorrisetti e sussurri all’orecchio ho semplicemente deciso di ignorarli».

Si aspettava più sostegno dai colleghi del Consiglio?

«No, ma non lo cercavo. Il sostegno più forte è arrivato da chi stava affrontando ciò che affrontavo io o chi c’era già passato. Sono gli unici capaci di trasmettere la leggerezza del non sentirsi giudicati, di poter dire “ho paura” ad alta voce, di fare le domande più scomode senza vergogna. Oggi vorrei restituire tutto questo: tante donne mi scrivono e mi trasmettono il loro affetto. Il passaparola è una rete di supporto incredibile».

Qualcuno la indica come candidata sindaca alle Comunali per il centrosinistra. È pronta?

«Dal 2009 ci sono sempre stata e anche oggi sono disponibile a costruire un’alternativa per Sestu. È un progetto su cui lavoriamo da anni e che ho continuato a seguire anche in questi mesi. Nelle prossime settimane intensificheremo gli incontri con chi fa parte del gruppo e con chi vorrà contribuire a un’alternativa concreta per la nostra città».

Quindi accetterebbe la sfida?

«Sarei disponibile ma faccio parte di un noi, di una comunità politica che lavora e decide insieme per il futuro di Sestu».

Alessandra Ragas

© Riproduzione riservata