La cassaforte dei lingotti: viaggio nella fonderia di San Gavino, obiettivo (mancato) dell’assalto
Dal piombo ai metalli preziosi: cento operai al lavoro e un caveau blindatissimoPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Il progetto (fortunatamente fallito) di un assalto al caveau della fonderia in cui si trovano i lingotti d’oro ha scosso il paese e gli oltre cento dipendenti della storica fabbrica aperta nel lontano 10 giugno 1932 per lavorare i metalli provenienti dalle vicine miniere di Ingurtosu e Montevecchio. Ma lo stabilimento di San Gavino Monreale, che fa capo alla Portovesme Srl di proprietà degli svizzeri della multinazionale Glencore, non è un museo: i suoi impianti sono ancora in funzione e lavorano il piombo che arriva non più dalle miniere di Montevecchio, ma da uno stabilimento tedesco della Portovesme Srl.
Un mercato fiorente
Dalla raffinazione di 70mila tonnellate di piombo all’anno, si ricavano circa 150 tonnellate d’argento e circa 100 chilogrammi d’oro che, trasformati in lingotti e custoditi nel caveau, vengono venduti nei mercati nazionali e internazionali; e proprio per il metallo più prezioso, con la massima discrezione partono dallo stabilimento di San Gavino i blindati diretti prima al porto di Olbia e poi in Toscana, alla volta di Arezzo.
La lavorazione
La sirena dei cambi turno non suona più, ma i dipendenti della fonderia lavorano sette giorni su sette in uno stabilimento che sorge alla periferia del paese in località “Piscina e linu”, non lontano dalla strada che conduce a Pabillonis. Il piombo viene portato a una temperatura di fusione di oltre mille gradi e con un particolare processo elettrochimico è possibile separare i metalli preziosi presenti in questa lega, vale a dire l’argento e l’oro che sono purissimi. Poi in base alle richieste vengono prodotti i lingotti d’oro che vanno da 1,5 a 12 chilogrammi, e quelli d’argento che possono arrivare a pesare anche a 30 chilogrammi.
Da servi a lavoratori
La fonderia, che ha quasi cento anni di vita, è rimasta l’unica industria nel Medio Campidano diventato ormai un cimitero di fabbriche e di miniere chiuse. «La fonderia», spiega il professor Salvatore Manno, vicepreside storico del liceo “Lussu”, «è la nostra storia del Novecento, rappresenta il tentativo, riuscito a metà, di trasformare una realtà agro-pastorale in una moderna cittadina industriale». Questa fabbrica, sottolinea, «ha contribuito a cambiare la mentalità stessa del “srebidori” sangavinese, che ha acquisito dignità di cittadino e lavoratore». Gli impianti sono sempre in marcia 24 ore su 24 e si articolano su tre turni. Più una volta all’anno lo stabilimento si apre ai visitatori per “Monumenti aperti” ed è possibile visitare il rifugio antiaereo costruito durante la seconda guerra mondiale. Nella fonderia spesso il lavoro si tramanda di padre in figlio e ci sono tanti ex dipendenti, come Marco Argiolas, che hanno lavorato a lungo: «Ho trascorso più di 42 anni della mia vita dentro la fonderia, fino a che non sono andato in pensione».
Amore e odio
Vi ha lavorato per decenni anche Antonio Garau, 80 anni, presidente dell’associazione “Sa moba sarda”, che ha chiesto di gestire il vicino museo delle “Due fonderie”, chiuso da anni, che conserva la memoria della storica fabbrica. «Il sentimento verso la fonderia è sempre stato duplice», racconta. «Di odio per le malattie che ha portato, legate alla presenza del piombo, e per le divisioni sociali che ha creato: chi lavorava ostentava abiti di lusso e parlava solo in italiano. Allo stesso tempo la fonderia ha portato benessere e cultura. San Gavino, da villaggio di pastori e ortolani, è diventata una cittadina fiorente. Poi è arrivata la squadra dell’Italpiombo in serie D e ho sempre detto che la puzza della fame è molto peggiore di quella dello zolfo della fonderia. In passato lavoravo sei giorni su sette per 48 ore alla settimana».
La crescita economica
Per l’assessore alla cultura Riccardo Pinna, la fonderia di San Gavino è parte essenziale della storia della comunità: «In circa cento anni di attività ha garantito lavoro e sviluppo, contribuendo alla crescita economica e sociale del territorio. Il suo valore va oltre lo stabilimento: riguarda le lavoratrici e i lavoratori, le loro famiglie e l’indotto che, con impegno e sacrificio, ha sostenuto per decenni l’economia e l’identità del paese».
Gigi Pittau
