Ne è passata di acqua di mare in quella pianura bianca che traguarda lo Stagno di Santa Gilla, dove lo skyline di Cagliari ancor oggi si riflette. Sono passati novant'anni esatti da quando Luigi Conti Vecchi, fulgido e lungimirante ingegnere, ex Direttore delle Ferrovie Reali della Sardegna, si mise in testa di trasformare quelle paludi cariche di malaria in saline produttive. Un'industria della natura capace, nei tempi che furono, con cicli stagionali programmati, di sfornare ogni anno 240 mila tonnellate di sale e dare lavoro a 400 dipendenti. Una fabbrica ingegnosa immersa in un compendio naturale sventolato dal maestrale e dall'eleganza delle ali rosa dei fenicotteri che da sempre lo popolano in gran numero. Un sale di prima scelta che conquistò il mondo, dal Nord Europa al Sud America, sino al Canada, dalla salagione del pesce alla chimica più avanzata. Sino al 1982, quando a ridosso di Santa Gilla sbarcò l'Eni, il colosso petrolifero di Stato. E, come ogni storia che riguarda la Sardegna e i signori del cane a sei zampe, la lotta è titanica.

Zuccherino e macello

Un vecchio lavoratore con la tuta blu dell'Ente di Stato, in un'infuocata assemblea nella sala mensa di Macchiareddu, non esitò a citare il parallelo ippico: l'Eni ti dà lo zuccherino sin che gli servi, poi ti porta dritto al macello. La storia di questo asset produttivo, mai così lineare, dalla materia prima, il sale, alla produzione di acido cloridrico, ipoclorito di sodio, soda caustica, ha i giorni contati. La strategia dei palazzi petroliferi è consolidata: scorporano e, poi, chiudono. Lo fecero per il minero-metallurgico: chiusero le miniere e tennero per un po' la fabbrica per la produzione di piombo e zinco. Poi abbandonarono tutto, con un disastro ambientale immane che ancor oggi segna la storia dell'Isola.

La firma finale

A Macchiareddu, tra qualche giorno - la firma finale è prevista a fine mese - si dovrebbe consumare il passaggio di consegne degli impianti chimici del cloro-soda ad un nuovo proprietario. Vende l'Eni ed entra una società nata il 15 dicembre del 2020. Nome eloquente: Società Chimica Assemini s.r.l., sede sociale a Pisa, nella via del Brennero. Proprietario della neonata società, capitale sociale appena 100 mila euro, un signore con una storia tutta da scrivere, qualche settimana fa interdetto dalla Procura di Brescia da tutte le attività direttive di persone giuridiche e imprese. Lui, Donato Antonio Todisco, a Brescia è accusato di inquinamento ambientale e deposito incontrollato di rifiuti speciali pericolosi, con potenziali inquinamenti di suolo, sottosuolo e falda acquifera. Dunque, l'acquirente prescelto non può più agire né sul piano sostanziale né su quello formale. Eppure a Macchiareddu, polo industriale di Cagliari, la macchina per la fuga dell'Eni e l'arrivo di mister Todisco non si è ancora fermata.

La fretta dell'Eni

L'Eni ha fretta. L'affaire cloro-soda è questione delicata. È una partita di cui l'ente di Stato vuole liberarsi il prima possibile. L'obiettivo immediato è quello di cedere subito alla società del gruppo Todisco gli impianti del cloro-soda, i serbatoi sul versante costiero e il mega pontile a mare davanti a Macchiareddu, quello che attraversa la statale 195. Tiene per sé, chissà per quanto ancora, il compendio delle saline Conti Vecchi S.p.A., la cui concessione statale risulta in scadenza proprio nel 2021.

Chimica del sale

Dunque l'obiettivo è duplice: abbandonare la trasformazione chimica del sale e fuggire a gambe levate dalle grandi incombenze ambientali e infrastrutturali che incombono sugli asset in cessione. Il dossier segreto sul capitolo Macchiareddu, di cui siamo in possesso, racconta di una storia fatta di inquinamenti pregressi e disastri potenziali, di omissioni e molti soldi da spendere per bonificare e ripristinare i luoghi. Un mal di testa da cui l'Ente di Stato sta cercando in tutti i modi di liberarsi. Partita che potrebbe saltare proprio all'ultimo momento se, come sembra, le Procure hanno puntato le lenti d'ingrandimento sull'acquirente e sui disastri ambientali all'interno dello stabilimento industriale di Macchiareddu. Fuga e acquisto rischiano, dunque, di essere messi in discussione da documenti e atti che scottano. Di certo il 2 marzo scorso ai cancelli della Conti Vecchi S.p.A, proprietaria del compendio chimico di Assemini, si sono presentati gli uomini del Noe, il nucleo operativo ecologico dei Carabinieri.

Blitz austero

Il blitz è silenzioso e austero, come si conviene a investigatori scafati e determinati. Quando varcano il portone d'ingresso sono in borghese, tesserino in mano e poche parole. Non hanno tempo da perdere, sanno quello che devono vedere. Come se avessero già ideato la visita guidata degli impianti. Il primo sopralluogo è nella parte a sud della fabbrica. Cercano una distesa di cemento davanti ad uno stabile di uffici e spogliatoi. Devono raggiungere l'edificio 56 per toccare con mano quello che già sanno. Chi li accompagna è terrorizzato.

Sotto la colata

Là sotto, sotto quella colata di cemento, secondo i ben informati, c'è un mare di mercurio. Tutto sotterrato e coperto. Per gli addetti ai lavori quell'area si chiama "Capping e sezione ecologia". Tutto tappato per evitare che i velenosi vapori di mercurio potessero diffondersi nell'aria. Gli agenti del Noe fanno poche domande, ma sanno cosa chiedere: quest'area è stata solo tappata in superficie o esiste un sarcofago che blocchi la fuga di inquinamento nel suolo? Silenzio. Nessuno risponde o sa rispondere. I quesiti si fanno incalzanti: esiste un monitoraggio delle aree circostanti? Avete dei pozzi di verifica delle falde acquifere? Silenzio. Chiedono dove passano le aste mercuriali, le condotte per scaricare il mercurio. L'imbarazzo è totale. Chi risponde si prende l'azzardo di affermare che non esistono collegamenti. In realtà esistono e lo sanno tutti.

Le crepe

Il capping, il tappo di cemento posto in superficie all'area, ha visibilmente delle crepe e non sfuggono agli occhi indiscreti degli uomini del Noe. Il sopralluogo si sposta poco più avanti verso le vasche per finta definite ecologiche. Anche lì dentro altri agenti inquinanti, a partire dal mercurio, una delle materie più tossiche del processo chimico a Macchiareddu. Vanno via gli uomini in borghese con la consapevolezza che le dritte erano tutte corrette. Non è escluso che tornino presto, questa volta in divisa.

Se il disastro ambientale incombe sul fronte industriale, sul versante a mare emergono atti e documenti riscontati con tanto di rilievi fotografici da rendere sempre più chiaro il tentativo dell'Eni di scappare ancora una volta senza pagare dazio.

Il pontile cadente

Il caso del mega-pontile industriale a mare è eloquente. All'altezza della prima rotonda di Macchiareddu, sulla strada che collega Cagliari con Pula, si staglia dentro il mare una vera e propria strada di 1.680 metri piena di condotte e approdi. Il pontile irrompe come una lama d'acciaio sul Golfo degli Angeli, in mare aperto. Le navi da sempre lo usavano per caricare e scaricare ogni prodotto chimico legato al sale. La scadenza della concessione, non è un caso, era fissata al 31 dicembre dello scorso anno. All'Eni non sembra vero di potersi disfare con un colpo solo di grane da decine e decine di milioni di euro, dal deposito costiero al pontile, passando per gli impianti del cloro-soda. Il dossier riservato di Eni su quella struttura a mare è un'ammissione di colpa grave. Un'infrastruttura totalmente abbandonata con un degrado tale che solo chi gira la faccia dall'altra parte non può vedere. Le immagini in mare aperto e a terra sono eloquenti. Cemento armato corroso e ferro ormai in piena vista, aggredito da ruggine senza fine. Un pontile industriale che attraversa una delle strade più trafficate della Sardegna a cui è collegato un oleodotto che per sette chilometri si insidia nell'agglomerato industriale di Assemini.

Nessuna ordinanza

Un pericolo non solo ambientale ma anche per la sicurezza pubblica per la quale non risulta alcuna ordinanza contingibile e urgente da parte degli organi competenti per la messa in sicurezza, il ripristino o lo smantellamento. Davanti all'Eni, molto spesso, il silenzio è un dogma. Eppure chi ha messo nero su bianco che l'infrastruttura corre seri pericoli sono proprio i tecnici dell'Eni. L'ammontare delle opere di manutenzione straordinaria, nelle carte interne, è stimato in ben 21 milioni di euro. La corrosione di cemento e ferro sono l'immagine più eloquente. Meglio vendere tutto e andar via. Chi arriva, secondo quanto affermano i giudici della Procura di Brescia, non ha particolare dimestichezza con l'ambiente. Ma questo è un altro capitolo dell'ennesimo misfatto di Stato in terra di Sardegna.

Mauro Pili
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