Tre racconti, tre modi diversi e allo stesso simili di raccontare l’irrazionale che ci circonda e che soprattutto alberga dentro di noi. Questo è il nuovo di libro di Bianca Pitzorno intitolato non a caso Sortilegi (Bompiani, 2021, pp. 144, anche e-book). Nelle pagine della scrittrice sassarese, infatti, incontriamo una bambina che cresce in totale solitudine nel cuore di un bosco mentre attorno a lei infuria la peste del Seicento. Una bambina tanto bella e selvatica da sembrare una strega e far divampare il fuoco della superstizione una volta divenuta adulta. Quindi Bianca Pitzorno ci narra di un uomo che si innamora delle orme lasciate sulla sabbia da piedi leggeri e di una donna che, delusa, scaglia una terribile maledizione. Infine, conosciamo il profumo di biscotti impalpabili come il vento, un profumo che fa imbizzarrire i cavalli argentini nelle notti di luna. Tre storie che la scrittrice recupera dalla realtà storica e che ci propone restituendoci il sapore di parole e pratiche remote: l’italiano seicentesco, le procedure di affidamento di un orfano nella Sardegna aragonese, una ricetta segreta e dimenticata, capace però di magie. Storie che ci fanno conoscere personaggi che paiono fatti apposta per sfuggire alle convenzioni e vivere fino in fondo le conseguenze della propria unicità. Proprio per questo la prima domanda che poniamo a Bianca Pitzorno è cosa accomuna le protagoniste e i protagonisti del suo libro:

"Il filo rosso che unisce i tre racconti è l’irrazionalità umana, declinata in modi differenti. Può scatenare pregiudizi omicidi come nel primo racconto; rivolgersi come un boomerang contro chi crede alla magia nera come nel secondo, e infine ricreare un mondo perduto col ricordo di una semplice sensazione olfattiva come nel terzo. Un secondo motivo che li accomuna è il fatto che hanno origine tutti e tre da oggetti reali e molto concreti: una serie di ritratti eseguiti dall’artista Piero Ventura nel 1989 per La Strega, il primo racconto, una tovaglietta di lino ricamata esposta nel padiglione etnografico del museo Giovanni Antonio Sanna di Sassari per il secondo, Maledizione, un biscotto particolare di cui due famiglie parenti e rivali vorrebbero avere l’esclusiva per l’ultimo, Il Profumo".

Pensando al tema dell’irrazionalità, perché, a suo parere, l’uomo di ogni tempo ha sempre avuto bisogno di credere in streghe e maledizioni?

"Non lo so. Sono una che racconta storie, esperienze individuali, eventualmente attraverso metafore. Questo fa la narrativa: ricreare un ambiente, una situazione, dei personaggi, indagare nei loro sentimenti, nelle loro relazioni, nei motivi delle loro azioni. Le indagini antropologiche spettano a chi scrive saggi. A me interessa altro".

Cosa in particolare?

"Il potere delle parole, quelle che si scambiano o tacciono i protagonisti delle storie, quelle che lo scrittore usa per evocare davanti ai nostri occhi persone immaginarie come se fossero vere. Non è un caso che Caterina, la giovane contadina toscana protagonista del primo racconto, nella storia viva circa dodici anni senza scambiare una parola con nessuno, e che quando viene interrogata dall’Inquisitore nemmeno capisce il significato delle domande che le vengono fatte. Come non è un caso che sulla reale tovaglietta del Museo Sanna qualcuno/a abbia tracciato e poi ricamato delle sgangherate parole di maledizione, e che il magico profumo dei biscotti di vento viaggi dentro una busta che contiene una lettera indirizzata ai parenti emigrati in Argentina. E come non è un caso che alle due donne malvage del libro, la matrigna di Lorenzo nel primo racconto e la Signora della Domo Manna nel secondo, intenzionalmente non ho dato un nome proprio. Mentre all’unico personaggio dotato di reale anche se inconsapevole magia, la piccola ricamatrice analfabeta, ho dato il nome di Remedia, per la sua innocente capacità di volgere in bene le disgrazie degli altri, animali o esseri umani".

C’è un legame tra i racconti del suo libro e l’atmosfera "malata" e vagamente irrazionale che stiamo vivendo in quest’epoca di pandemia?

"Come spiego nelle note che accompagnano ogni racconto, il nucleo originale di questi testi risale a molti anni fa, quando che potesse colpirci un virus come il Covid nemmeno lo immaginavamo. Il tempo che mi interessava era il Seicento, quando la massima autorità d’Occidente, la Chiesa, alle streghe ci credeva, le processava e condannava; quando Galileo Galilei fu costretto ad attraversare un’Italia massacrata dalla peste, rischiando a ogni passo di morire per quello che chiamavano ‘il male contagioso’, per andare a Roma a farsi giudicare e condannare. Il tempo in cui sua figlia, suor Maria Celeste, gli mandava dal convento in cui era rinchiusa lettere deliziose, scritte in una lingua bella e varia, declinata a seconda dell’argomento in toni tristi, ironici, malinconici, preoccupati o consolatori. È stata suor Maria Celeste, al secolo Virginia Galilei, a ispirarmi il libro e il tema dei sortilegi, non l’attuale pandemia. Ed è stato Gabriel García Márquez con i suoi Cent’anni di solitudine. Che ci possano essere delle somiglianze con i tempi attuali è puro accidente".
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