L’Epifania, come si festeggiava nell’Isola?
In Sardegna è sa femmina eccia o sa baccucca eccia, la vecchia che vola sulla scopaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Il 6 gennaio, in Sardegna, arriva con il rumore del pane spezzato sulla testa, con una vecchia che vola bassa sui tetti e con una fava nascosta dove meno te l’aspetti.
È l’Epifania, certo, ma chiamarla solo così è riduttivo: nell’Isola è un intreccio di riti antichi, nomi strani, tradizioni pastorali e memorie catalane che hanno poco a che fare con i presepi ordinati e molto con la vita vera.
Nella tradizione cristiana l’Epifania è il giorno in cui i Magi, guidati da una stella, arrivano a Betlemme per adorare Gesù Bambino portando tre doni simbolici: oro, incenso e mirra. Nel Vangelo di Matteo non si dice quanti fossero, ma quei tre doni hanno fatto il resto, trasformandoli per sempre in “i Re Magi”. «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella», chiedevano. In Sardegna, quella stella ha preso strade tutte sue.
Per secoli, infatti, l’Epifania non è stata tra le feste più sentite dell’Isola.
Eppure era già riconosciuta come giorno solenne nel Medioevo, come ricorda la Carta de Logu: «Sa pasca de sa epiphania si clamat pasca nuntza», la Pasqua dell’annuncio. Annuncio della nascita di Gesù, ma anche punto di passaggio dell’anno, momento fragile e potente insieme. Col tempo, e con l’influenza catalana, la festa ha cambiato volto, fino a incontrare una figura che oggi sembra inseparabile dal 6 gennaio: la Befana.
In Sardegna non si chiama così. È sa femmina eccia o sa baccucca eccia, la vecchia che vola sulla scopa e giudica i bambini, premiando i buoni con i dolciumi e ammonendo i cattivi con il carbone.
Non nasce da una tradizione isolana antica, eppure è diventata il simbolo più riconoscibile dell’Epifania anche qui, sovrapponendosi a riti molto più arcaici.
Uno di questi passa dal forno. L’Epifania è anche Sa Pasca de is tres Reis o Pasca de sos tres Res, nome che rende omaggio ai Magi e tradisce l’origine catalana.
In alcune località si prepara un dolce che sembra un gioco del destino: nell’impasto si nascondono una fava, un cece e un fagiolo. Chi li trova nella propria fetta avrà fortuna per tutto l’anno. Una tradizione che ricorda quella spagnola della torta dei Re, anche se lì il fortunato, paradossalmente, è quello che paga per tutti.
Poi c’è sa pertusitta, una focaccia decorata con figure del mondo pastorale: pastori, pecore, scene che raccontano un’economia e una visione del mondo. Secondo un rito propiziatorio antichissimo, viene sbriciolata sulla testa dei bambini, dei primogeniti o persino dei vitelli, a seconda del paese: un gesto simbolico, ruvido, che chiede protezione e abbondanza.
A Benetutti sopravvive ancora su kapidu ’e s’annu, il “capo dell’anno”.
Una corona di pane bianco su cui sono incisi dodici piccoli soli, uno per ogni mese. Preparata a fine dicembre, viene spezzata il 6 gennaio sulla testa del più giovane della famiglia, come a consegnargli il peso — e la promessa — del nuovo anno.
E quando il pane non basta, arriva la voce. Sos tres res è un canto antico, malinconico, eseguito a più voci. Oggi risuona nelle chiese, ma un tempo era un canto in cammino: i cantori visitavano le case senza preavviso, portando la storia dei Magi a giovani sposi o a persone malate, come una benedizione improvvisa.
