In Sardegna il Carnevale emerge lentamente dalle ceneri: dai falò di Sant’Antonio abate e di San Sebastiano e quando il fuoco ha già purificato l’inverno qualcosa resta nell’aria.

È un’euforia densa, quasi ipnotica, che attraversa febbraio e si spinge fino ai primi giorni di marzo.  È su Carrasegare, Carrasciali, Canciofali o Carnovali a seconda della zona in cui lo si celebra.

Ma chiamarlo al singolare sarebbe un errore, perché in Sardegna il Carnevale è plurale per natura: ogni paese lo plasma secondo la propria memoria, il proprio carattere, il proprio rapporto con il sacro e con la terra.

L’inizio coincide con la prima uscita delle maschere tradizionali, la fine arriva con il Mercoledì delle Ceneri, celebrato in modo struggente a Ovodda.

In mezzo, un calendario di gesti antichi che continua a rinnovarsi, come se il tempo circolare dell’Isola non avesse mai smesso di battere.

Qui sacro e profano non si alternano: convivono. La devozione cammina accanto all’eccesso, il ritmo ossessivo dei tamburi – come a Gavoi, con i tumbarinos – accompagna corpi e sguardi.

E come ogni rito che si rispetti, il Carnevale passa anche dalla tavola: fave e lardo, pistiddu, coccone, zeppole dorate e vino. Cibo come collante sociale, come parte integrante della scena.

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Le maschere de su connottu raccontano il lavoro, la fatica, il ciclo delle stagioni, la dipendenza dall’acqua e dal raccolto.

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Nelle Barbagie, cuore simbolico dell’Isola, il Carnevale assume un’intensità quasi teatrale. A Mamoiada, i Mamuthones avanzano con passo grave, ingabbiati nelle pelli di pecora nera, il volto annullato da maschere lignee senza tempo.

I campanacci scuotono l’aria per scandire un ordine arcaico. Gli Issohadores, in rosso e bianco, intervengono con la fune: catturano le maschere animali, ma anche il pubblico e così ricordano che nessuno è davvero spettatore.

A Ottana, Boes e Merdules mettono in scena la tensione eterna tra istinto e controllo; a Orotelli i Thurpos, incappucciati e anneriti dalla fuliggine dei falò, avanzano come figure uscite dalla notte dei tempi, incarnando la relazione aspra tra uomo e animale, potere e sottomissione.

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S’Urzu, l’orso-orco dalla testa di caprone, compare a Fonni, Ula Tirso e Samugheo: una maschera inquieta, ambigua, legata alla festa di A Maimone, divinità protosarda della fertilità e del disordine necessario.

Urthos e Buttudos, le maschere tradizionali di Fonni
Urthos e Buttudos, le maschere tradizionali di Fonni
Urthos e Buttudos, le maschere tradizionali di Fonni

Accanto a queste liturgie terrene, il Carnevale sardo corre anche a cavallo. I karrasegares a caddu celebrano l’animale che per secoli è stato fulcro della vita agropastorale. Dalla vertiginosa Carrela ’e Nanti di Santu Lussurgiu alle Pariglie di Bonorva, tra figure acrobatiche e controllo assoluto del corpo, fino alle Pentolacce equestri di Benetutti e Oniferi, il cavallo diventa estensione dell’uomo.

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Ma è a Oristano che il rito raggiunge la sua massima tensione simbolica: sa Sartiglia. La Domenica di Carnevale e il Martedì grasso, i cavalieri si lanciano al galoppo nelle corse alla stella, guidati da su componidori, figura sospesa, né maschile né femminile, investita di un’autorità quasi sacra. Ogni stella infilzata è un presagio, una promessa di abbondanza.

Oristano. Sartiglia. Corsa alla stella. Ilaria Rosa. 2.03.2025 foto Alessandra Chergia
Oristano. Sartiglia. Corsa alla stella. Ilaria Rosa. 2.03.2025 foto Alessandra Chergia
Oristano. Sartiglia. Corsa alla stella. Ilaria Rosa. 2.03.2025 foto Alessandra Chergia

Il Carnevale sardo, però, sa anche cambiare registro. A Bosa, il karrasegare osinku mescola simbolismo e ironia. Il Martedì grasso inizia con s’Attiddu: uomini travestiti da donne, il volto annerito, percorrono le strade lanciando un lamento acuto, disturbante. La sera, le maschere bianche con il lanternino cercano Giolzi, Re Giorgio, destinato al sacrificio finale.

Più allegorico e spettacolare è il Carrasciali di Tempio Pausania, forse il più partecipato dell’Isola, dove si ritrovano suggestioni viareggine e veneziane. In Gallura spicca Arzachena, mentre nel Medio Campidano – da Guspini a Samassi, da San Gavino a Marrubiu – il Carnevale mantiene una dimensione comunitaria fortissima, incarnata da su Marrulleri.

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