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"Tennis club"

Marianna Lauro, da Ploaghe verso Tokio 2020: "Lo sport mi ha restituito alla vita"

L'entusiasmo e la grinta del fiore all'occhiello della nazionale azzurra di tennis in carrozzina
marianna lauro 39enne di ploaghe (foto l unione sarda carta)
Marianna Lauro, 39enne di Ploaghe (foto L'Unione Sarda - Carta)

Rotta verso Tokio 2020. "Sarebbe la mia quarta olimpiade". Dall'alto della sua esperienza, Marianna Lauro, 39 anni, di Ploaghe, potrebbe avere anche un suggerimento per il barone Pierre de Coubertin, il padre dei Giochi, giusto per aggiornare il suo motto almeno per quanto riguarda le paralimpiadi. "L'importante è partecipare? Certo. Soprattutto vivere".

LA MORTE IN FACCIA - Perché il fiore all'occhiello della nazionale azzurra di tennis in carrozzina, ex numero undici al mondo, dieci titoli italiani assoluti nel palmares, la morte in faccia l'ha vista davvero: "L'incidente stradale risale al 2000: urto violentissimo, oltre a varie fratture, ho avuto anche una lesione all'aorta. Mi salvarono la vita i medici, in particolare l'equipe guidata dal cardiochirurgo Alessandro Ricchi a Cagliari, sì, proprio quegli angeli che – guarda come è carogna la vita - poi morirono nel 2004 in un incidente aereo sui Sette Fratelli qualche anno dopo. Fin da subito mi dissero che – se fossi sopravvissuta - avrei perso l'uso delle gambe. Non è stato facile per me accettarlo, nei primi anni soprattutto. Poi ci sono riuscita anche grazie al tennis. Prima giocavo in piedi, adesso sulla carrozzina. Addirittura ho girato il mondo grazie a questa disciplina che mi ha restituito allenamento dopo allenamento, partita dopo partita, alla vita".

PASSIONE TENNIS - Marianna Lauro aveva cominciato con il tennis nel circolo del suo paese, Ploaghe. "Accompagnavo ai campi due mie amiche d’infanzia, avevo 12-13 anni. Il maestro mi ha fatto provare, le mie amiche hanno smesso, io ho proseguito. Tornei? Nessuno. La mia famiglia non ne aveva la possibilità".

La carriera da agonista l'ha percorsa nella sua seconda vita, sulla carrozzina. "La passione per il tennis non l'ho mai persa. Seguivo i tornei in televisione, ho deciso di provare anche da disabile. Mi sono tolta le mie soddisfazioni".

Marianna Lauro ha girato prima l'Italia, poi il mondo con le racchette e le sua carrozzine. "Nel 2008 sono arrivata a essere la numero undici al mondo. Mi hanno ammesso anche al torneo del Roland Garros, sulla terra battuta di Parigi: è un tabellone da otto, le migliori del pianeta. Ho perso subito, lo stesso è accaduto alle olimpiadi di Pechino, Londra e Rio".

SACRIFICI E IMPEGNO - Sì, Marianna le chiama olimpiadi, non paralimpiadi, ed è giusto così perché i sacrifici, l'impegno, la passione, gli allenamenti non hanno diverse declinazioni per chi ha handicap e chi no.

"Mi alleno ancor oggi almeno due ore al giorno con tecnici della Federtennis. Avevo smesso dopo Rio, ho ripreso dopo un anno e mezzo e infatti non avevo più punti nella classifica mondiale, piano piano sto risalendo, adesso sono 42. Con il mio coach abbiamo analizzato il lavoro che ci attende: tecnicamente non ho problemi, la differenza tra me e le miglior al mondo sta soprattutto nella mobilità. Mi capita di affrontare avversarie che arrivano su tutte le palle, veloci, velocissime sulla carrozzina. Dovrò lavorare su questo aspetto del mio gioco, sulla forza esplosiva delle braccia. Una bella sfida, una bella scommessa. Metterò tutta me stessa".

Preparazione atletica, due ore di tennis e soprattutto tornei. Marianna Lauro ha ripreso a fare il giro dell'Italia e dell'Europa per risalire in classifica, per testare i progressi, per riconquistare autostima e livello di gioco fondamentali per chi vuole indossare di nuovo la maglia azzurra per le olimpiadi.

"Non siamo professioniste, nel senso che non viviamo di tennis, ma lo siamo nella sostanza perché tutta la giornata è dedicata in qualche modo al tennis. Io non lavoro, mi alleno, gioco a tennis. Grazie all'aiuto della Federtennis posso svolgere una discreta attività agonistica e sognare Tokio 2020".

Marianna ha giocato al Roland Garros e anche al Foro Italico a Roma: "Una giornata dimostrativa per il nostro sport, in quell'occasione ho conosciuto anche Angelo Binaghi, il presidente italiano della Federtennis che è sardo come me e che per quanto è possibile sostiene il nostro impegno, la nostra passione".

IL MITO - Non nasconde che il suo mito è Roger Federer: "Eleganza, spettacolo, classe allo stato puro". E ha idee chiare anche riguardo a quel che è successo: "Sono viva per miracolo, ho una quotidianità diversa da quella che avevo prima dell'incidente ma la mia vita è ugualmente bellissima. I discorsi sul fine vita, sulla morte assistita, sull'accanimento terapeutico? Non si può banalizzare o generalizzare, ogni caso è diverso e si tratta sempre di scelte personali e difficilissime. Io ho saputo fin da subito che non avrei mai più potuto camminare ma mi tengo questa vita che è ugualmente bellissima. Sì, forse anche grazie al tennis".

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