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Tra ingegneria e biomedicina: un futuro nella ricerca

Nicolò Pecco, 25 anni, è ricercatore dell'ospedale San Raffaele di Milano
nicol pecco (l unione sarda)
Nicolò Pecco (L'Unione Sarda)

«Volavo basso». Dice proprio così: aveva la media del sei e quella bastava, studiava lo stretto necessario e poi chissà. Non aveva idea di cosa fare dopo il Pacinotti. Finché, finita la Maturità scientifica, qualcuno gli ha parlato dell'ingegneria biomedica. Si è informato, ha visto che il settore offriva molteplici possibilità di ingresso nel mondo del lavoro e si è deciso. Ha fatto i test: buona la terza, le prime due da dimenticare. Però. Da quel momento ha cambiato passo.

Nicolò Pecco, 25 anni, un cognome originario di Como come il padre, venditore di auto sposato a una commerciante, una sorellina con 10 anni di meno, è un ricercatore dell'ospedale San Raffaele di Milano. «Il campo è vastissimo: in generale l'ingegnere biomedico si occupa di trovare soluzioni innovative ai problemi della Medicina». Per esempio? «Metodi diagnostici e strumentistica. Ora si lavora alle mascherine e alla curva dei contagi del coronavirus». Si spazia insomma dalla bioinformatica alla bioingegneria alla stastica: quando si dice multidisciplinarietà. «Mi sono specializzato in neuroradiologia dove la ricerca si concentra sui tumori cerebrali». Ha un ufficio in ospedale e lavora al computer, senza camice. «Studio le immagini del cervello e le eleaboro per tirare fuori dati come il volume di un tumore». Competenza simile a quella del medico. «Si lavora insieme, con punti di vista diversi ma entrambi indispensabili».

L'impegno

I primi tre anni di università li ha fatti a Cagliari. «In Sardegna non esiste però la possibilità di fare la specialistica in ingegneria biomedica quindi per continuare sono dovuto andare fuori». Le opzioni erano due politecnici del nord Italia: Milano e Torino. «Ho scelto il Piemonte perché costa meno della Lombardia».

Dopo la laurea triennale è andato in Polonia con l'Erasmus, finita la tesi è partito per un tirocinio in Olanda. Non c'era grande scelta, i posti erano quelli. «Ho studiato e sostenuto gli esami in inglese. Non lo parlavo. A scuola ero scarso in tutto, quindi anche nelle lingue straniere, ma sul posto mi sono applicato». Ride e si intuisce che deve averlo fatto con un certo impegno. «Se non hai motivazioni non impari nulla. L'inglese era una necessità, altrimenti stai da solo».

Il contratto

Ha recuperato in fretta. Ed è arrivato il momento della tesi: ha consultato il sito del San Raffaele di Milano e si è imbattuto in una materia, l'oncologia, che ha richiamato la sua attenzione. Ha fatto tutto da solo, senza l'aiuto di nessuno: «Ho scritto una mail, mi hanno convocato per un colloquio, sono andato e mi hanno preso per un tirocinio». Gli davano uno stipendio, intanto studiava per la laurea. «Mi mantenevo da solo, ero finalmente indipendente, non serviva più l'aiuto dei miei genitori, fino ad allora avevo avuto qualche borsa di studio ma poca roba». Concluso il tirocinio e conseguita la laurea magistrale è rimasto a Milano. «Mi hanno proposto di continuare al San Raffaele». Con un lavoro a tempo determinato. «Nel settore della ricerca il contratto è per forza legato al progetto».

Il trauma

In questa fase è concentrato sull'oncologia ma in un futuro neanche tanto lontano potrà spaziare in altri settori. Molti. «Nell'ospedale dove lavoro gli ingegneri biomedici sono pochi». Nei giorni dell'emergenza coronavirus non era a Milano: «Per questioni burocatiche fino ai primi di marzo ho lavorato nel mio ufficio, risolte quelle ho cominciato con lo smart working. Devo dirlo: per chi come me sta tutto il giorno al computer lavorare da casa non è male». Non era dunque lì quando è scoppiato il caos di cui si discute ancora. «Non ho vissuto in prima persona quello che stava accadendo nel capoluogo lombardo». Da remoto la percezione qual è? «Vedo che la situazione sta andando a migliorare, un mese fa è stato traumatico». In ospedale l'attività di ricerca ora è ovviamente marginale. «Siamo in pausa, a parte tutto quello che è legato alla pandemia».

La clausura

Da più di un mese è fuori Milano. «Sono a Torino». A casa di un suo amico. «Il 6 marzo ero lì per un fine settimana, è arrivato il decreto Conte e siccome ero già in telelavoro ho pensato di non rientrare». Ma poco o nulla sa di quel che succede oltre le quattro mura domestiche. «Sono chiuso in casa, come tutti. Esco solo per fare la spesa, sempre con guanti e mascherina, faccio la fila al market e torno. Non saprei dire altro perchè non vado da nessuna parte». Come la stragrande maggioranza dei cittadini italiani. Ligio al dovere. E meno male che c'è spazio: due dei quattro inquilini dell'amico di Torino sono tornati nelle loro città. «Vorrei farlo anch'io». Ma dalla Regione Sardegna gli è arrivato un secco no. «Ho fatto la richiesta, mi hanno risposto che la motivazione non è sufficiente».

Il futuro

Non torna a Cagliari da Natale. «Comincio a sentirne la mancanza». Solitamente rientra ogni quattro settimane. «Diciamo che tre mesi resisto, oltre faccio fatica». Il suo futuro però non lo vede nell'Isola. «Mi piacerebbe perché è la mia terra e perché il nostro ambiente a Milano non c'è, penso soprattutto all'aria pulita. Però sulla penisola le opportunità lavorative sono di più e migliori, ci sono molte aziende private e all'inizio di una carriera come la mia conviene qui».

Come dargli torto? In Sardegna non c'è neppure il corso magistrale di Ingegneria biomedica.

Maria Francesca Chiappe

© Riproduzione riservata

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