POLITICA

il punto di vista

Scorie nucleari: giù le mani dalla Sardegna

Anche la classe politica appare unanime nella volontà di impedire che la nostra Isola diventi la pattumiera d'Italia
(archivio l unione sarda)
(archivio L'Unione Sarda)

Coro unanime di “NO” in Sardegna relativamente alla possibilità di ubicare in loco depositi di materiale radioattivo. Del resto, come ampiamente chiarito dai Medici per l’Ambiente solo qualche giorno fa, “in nessun Paese al mondo esistono o sono in fase di realizzazione depositi definitivi di materiale radioattivo ubicati su isole” siccome, all’evidenza, “il trasporto in un’isola richiede, rispetto a quello in un sito della penisola, un trasporto aggiuntivo in nave con necessità di scarico e di carico nel porto di partenza e in quello di arrivo di manufatti di svariate tonnellate con (conseguente) aumento del rischio di incidenti durante tali fasi”.

Anche la classe politica, pur nella sua disparata e spesso contraddittoria complessità, appare unanime nella volontà di impedire, con ogni mezzo, che la Sardegna possa anche solo astrattamente essere concepita alla stregua di una “pattumiera” nazionale e/o peggio, di una componente territoriale nel contesto della quale nascondere la proverbiale “polvere (e che polvere!) sotto il tappeto” nei momenti di criticità impellente. Tanto più quando, proprio il Popolo Sardo, in occasione del referendum consultivo tenutosi nell’anno 2011, avente invero un valore squisitamente politico ma non impegnativo o vincolante né per il Governo Regionale né tanto meno per quello Nazionale, voluto e promosso, nel corso della Presidenza dell’Onorevole Ugo Cappellacci, da Sardigna Natzione Indipendentzia sull’eventuale costruzione di centrali elettronucleari o deposito di scorie nell’isola, con il Decreto n. 1 del 30 gennaio 2011, ha avuto modo di esprimere a chiare lettere la propria decisa contrarietà all’installazione di Centrali Nucleari e di Siti per lo stoccaggio di scorie radioattive da esse residuate o preesistenti.

“La Lega”, in particolare, stando a quanto si legge in un documento ufficiale sottoscritto, tra gli altri, da Eugenio Zoffili, coordinatore regionale di partito, e da Michelina Lunesu, Senatrice e stimata concittadina nuorese, si impegnerà fattivamente “con tutti i mezzi democratici a sua disposizione” al fine di evitare che “la scelta del futuro deposito nazionale dei rifiuti radioattivi sia scaricata sulle spalle delle comunità con la solita arroganza e approssimazione” a loro sindacabile dire “tipiche di questo Governo”. Ebbene. Se si lascia da parte la solita e sterile critica ingenerosa nei confronti di un esecutivo già messo a dura prova da “Colui” che non intende ancora arrendersi ad accettare la propria insignificanza, e nel contempo la propria inguaribile e persistente insipienza sul piano politico governativo, non posso davvero fare a meno di rilevare, al di là della condivisibilità delle opinioni espresse, che solo periodicamente, la “vexata quaestio” in merito alle “scorie” ed alla potenziale geo-localizzazione del tanto vituperato deposito nazionale, ritorna in auge quasi a voler segnare una linea di demarcazione netta, ed in un certo qual modo di sparti-acque divisorio tra la contingenza impellente del difficoltoso, e per certi versi ingestibile, problema sanitario in atto ed una eventualità remota futura assolutamente ipotetica e per ciò stesso inidonea ad essere trattata in termini di prevalenza.

Ma intendiamoci a scanso di equivoci: lungi da me il ritenere che l’argomento “scorie nucleari” non meriti la dovuta considerazione, se non altro per le sue ripercussioni sul piano territoriale, sociale ed ambientale. Si tratta, a ben considerare, di questione assai delicata che rappresenta un banco di prova piuttosto spinoso per qualunque maggioranza di governo a prescindere dal colore politico di riferimento che anche solo voglia tentare di “tirare” il cosiddetto “bandolo della matassa”: se non altro perché il rischio concreto ed ineludibile è proprio quello di incidere direttamente sulla sensibilità specifica del proprio elettorato in primo luogo, e dei cittadini tutti secondariamente. La posizione della Sardegna è piuttosto chiara ed intransigente, praticamente, potremo anche dire, senza sbavature o scollamenti di sorta. Nulla quaestio: tutto giusto e tutto legittimo. Tuttavia, ho come l’impressione che l’attaccamento ideologico ad una “posizione” tutto sommato “comoda”, per così dire, nella sua ovvietà, siccome dal sapore squisitamente “popolare” e “populista” nella sua ontologica articolazione motivazionale che al tempo stesso ne traduce e ne tradisce il punto di frattura (l’essere un territorio a vocazione turistica), risenta, inevitabilmente di toni vittimistici e rivendicativi che poco o nulla avrebbero, come di fatto hanno, a che vedere con quella che dovrebbe essere l’indagine consapevole utile a sottendere la materia e la sua obiettiva trattazione critica. Intanto, perché ho come l’impressione che sebbene la “posizione” sarda in argomento si riveli, all’esito del raffronto paradigmatico tra i “pro” e i “contro”, grosso modo la più corretta in relazione alle caratteristiche geografiche del territorio, tuttavia, malgrado i lunghi anni trascorsi da quel famoso referendum, continui inesorabilmente a difettare quel doveroso e sano senso pratico, che altri potrebbero pure definire e cercare di qualificare nei termini strettissimi del “buon senso ragionato”, che possa fungere da organo propulsore dell’intera classe politica utile e idoneo a suggerire un approccio maggiormente costruttivo e collaborativo in relazione ad una discussione spinosa che impegna direttamente le coscienze di ciascuno di noi.

Quindi, perché, del resto, come spesso si suol dire, dietro ogni difficoltà si nasconde una opportunità e, senza dubbio, proprio questa, con tutte le sue criticità, può essere l’occasione giusta per ripensare, tutti insieme, ad un vero e concreto modello di sviluppo territoriale coerente, specifico e soprattutto sostenibile e perseguibile nel pieno rispetto dell’articolazione territoriale attuale e delle sue connaturali caratteristiche distintive. Infine, perché se è vero, come è vero, che posizioni nette in un senso o nell’altro, quanto disarticolate per essere frutto di una narrazione retorica a volte acritica, impediscono quel necessario processo di maturazione politica e tecnico – amministrativa delle classi dirigenti, tuttavia, appare altrettanto vero che unicamente la disponibilità al confronto misurato consente di agire nel rispetto legittimo di un contraddittorio doveroso scevro da pregiudizi di circostanza o da “motivazioni” aliunde acquisite siccome magari maturate in un microcosmico contesto di municipalismi territoriali scanditi dal tintinnio di timori ancestrali ricorrenti.

“NO SCORIE”, dunque, certamente ed indubitabilmente. Ma “agiamo con speranza” (cit. Onorevole Roberto Deriu) e responsabilità nel senso della riqualificazione decisiva del territorio inteso come “spazio del quotidiano culturale e sociale, elemento equilibratore dell’esistenza individuale e della vita comunitaria, e quindi decisivo fattore di felicità o infelicità, benessere o malessere, prosperità o miseria” (cit. Onorevole Roberto Deriu).

Giuseppina Di Salvatore

(Avvocato - Nuoro)

© Riproduzione riservata

COMMENTI


UOL Unione OnLine

Più Letti
Loading...
Caricamento in corso...

}