CULTURA

Un classico da riscoprire

Quando Rodari raccontava le lotte sindacali

Il lato meno conosciuto del grande narratore nel centenario della nascita
gianni rodari (foto concessa)
Gianni Rodari (foto concessa)

Rodari fa solitamente rima con favola, fantasia, narrativa per ragazzi. Eppure, c’è stato un tempo nella lunga carriera di questo grande autore nato il 23 ottobre del 1920 in cui le sue pagine scritte si riempivano di storie di lotta e sofferenza. Era il tempo, tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, in cui Rodari era un giornalista militante, politicamente vicino al Partito comunista, e si occupava di cronaca e di reportage e seguiva le battaglie sindacali dell’epoca.

La copertina del libro
La copertina del libro

Proprio da questo impegno oggi quasi dimenticato ha preso vita il graphic novel I sepolti vivi (Einaudi ragazzi, 2020, pp. 96) in cui lo storico Ciro Saltarelli e la disegnatrice Silvia Rocchi ci ripropongono in una veste inedita una delle cronache più emozionanti e coinvolgenti di Rodari. Nel 1952, infatti, più di trecento uomini rimasero chiusi per oltre un mese nelle viscere della miniera di zolfo di Cabernardi e Percozzone, presso Ancona. In quella che era la zolfatara sotterranea più grande d’Europa non era accaduto un incidente, ma i minatori avevano spontaneamente deciso di rimanere “sepolti vivi” per protestare contro le lettere di licenziamento arrivate a oltre ottocento di loro.

Un'illustrazione dal libro (immagine concessa)
Un'illustrazione dal libro (immagine concessa)

Rodari si recò sul posto e decise di raccontare ai lettori della rivista Vie nuove questa protesta ardita e sconvolgente. E lo fece con sensibilità e partecipazione, cercando di immedesimarsi nel coraggio frutto della disperazione di uomini che non avevano nulla tranne il loro lavoro, per quanto duro e pericoloso fosse. Allo stesso tempo il grande scrittore seppe soffermarsi con felice intuizione sulla dignità e l’abnegazione delle mogli dei minatori, donne che, come scriveva Rodari in quei lontani giorni, facevano: "Dieci, dodici chilometri dal paese alla miniera ed altrettanti al ritorno, vi sono donne che ogni giorno, da trenta giorni, fanno a piedi venti, venticinque chilometri di strada per far la guardia alla miniera o portare la cena ad un minatore, o tentare di vederlo". E bastano queste poco parole ritrovarle quelle donne, per ammirarle attendere pazientemente mentre "la polizia, che occupa in forza i cancelli esterni e le imboccature dei pozzi" scriveva ancora Rodari "ispeziona accuratamente i fagottelli, i pentoli schiacciati, avvolti nei fazzolettoni azzurri, fruga fra gli spaghetti freddi, in cerca di sigarette, legge i biglietti che le famiglie mandano ai congiunti per cercarvi i messaggi segreti".

Le parole rodariane ci arrivano come l’eco di un'Italia lontana, come istantanee in bianco e nero, che hanno però ancora la forza di commuoverci e renderci partecipi perché la lotta degli umili è di tutti e appartiene ad ogni tempo. E "I sepolti vivi" restituisce appieno il calore di quella sfida lontana, di quei giorni di lotta disperata e ci restituisce un Rodari quasi inedito, meno trasognato e più umanamente indignato.

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