CULTURA

Dialogo con gli scrittori

"La grande caccia", l'antica Roma nel nuovo romanzo di Ben Pastor

Viaggio fra gli intrighi e le lotte della Roma del 306 d.C.
ben pastor (foto concessa)
Ben Pastor (foto concessa)

L'antica Roma è al centro di molti romanzi storici. Gli scrittori, però, amano soprattutto raccontare e romanzare le vicende dei grandi protagonisti della storia romana – da Scipione a Giulio Cesare – oppure soffermarsi sugli intrighi e gli eccessi dei primi imperatori.

La scrittrice italoamericana Ben Pastor, una delle maggiori "firme" della narrativa di ambientazione storica, con il suo ultimo romanzo, "La grande caccia" (Mondadori, 2020, pp. 664, anche e-book), ci porta in una delle epoche più turbolente e meno "frequentate" della storia romana. Siamo, infatti, nel 306 d.C. e oramai da molto tempo l'Impero romano è attraversato da una crisi profonda, dilaniato com'è dalle lotte tra i maggiori generali che ambiscono alla corona imperiale.

In questo clima di intrighi e lotte l'imperatore Galerio decide di censire i cristiani dell'inquieta provincia della Palestina con lo scopo ufficiale di controllarli meglio e indurli a rinnegare la loro religione. Incarica della delicata operazione il fido Elio Sparziano, ufficiale di cavalleria, storico e biografo. Sparziano, però, ha anche un altro incarico, ancora più importante per l’imperatore: mettere le mani sul leggendario tesoro dei Maccabei, nascosto in un luogo segreto da oltre vent’anni, e nello stesso tempo evitare che a impossessarsene sia l’ambizioso Costantino, il grande rivale di Galerio. Sparziano di trova così coinvolto in una lotta senza esclusione di colpi, una caccia al tesoro il cui premio finale è il predominio assoluto sull’Impero romano. Un impero che per quanto travagliato rappresenta un orizzonte di certezza per Sparziano, una stella polare da seguire anche quando tutto attorno sembra crollare come ci spiega proprio Ben Pastor: “Data la sua fanciullezza nelle province, per Sparziano combattere per Roma significa appartenerle, condividendo così la sua eredità millenaria. Attraverso il suo esercito, la romanità gli fornisce un rispettabile posto nel mondo ed enormi opportunità di carriera. Come lo stesso Sparziano afferma, la sella del cavalleggero è la sua casa; di conseguenza si trova a casa ovunque vada… perché Roma è ovunque. E dire che l'ha visitata solo una volta, e con riverente timore! Ma mentre la sua identità nativa delle terre di Pannonia (l'odierna Ungheria, ndr) è ormai labile e indistinta, e comunque rappresenta la cultura degli sconfitti, quella di cittadino romano è vincente e motivo di grande orgoglio. Per sua stessa ammissione, è fiero di vivere in un momento in cui metà del mondo è romana e l’altra metà ambisce ad esserlo”.

Particolare della copertina del libro
Particolare della copertina del libro

La figura di Sparziano domina il romanzo. È il classico protagonista in cui il lettore tende a immedesimarsi. Qual è la forza di questo personaggio che è stato protagonista già di altri quattro romanzi?

"Elio Sparziano, ispirato all'omonimo compilatore di alcune biografie imperiali, potrebbe definirsi con termine inglese ‘a self-made man’; nel suo caso un uomo che, nato alla carriera militare lungo la frontiera danubiana, ha acquisito una solida cultura senza peraltro abbandonare le armi. Questo gli permette, già in giovane età, di servire alla corte imperiale, dove – come si diceva allora – regnavano i signori del mondo. Per ragioni di cronologia, è un uomo pre-freudiano, pratico, sicuro di sé, in cui le esigenze del corpo e della mente convivono senza traumi. I suoi bisogni sono semplici. Con altra locuzione inglese, lo si definirebbe per molti versi un ‘meat and potato man’, un giovanotto da bistecca e patate. Ma il suo pensiero è acuto e puntuale. Da comandante di cavalleria, si trova all’apice dei nuovi eserciti mobili, precursori della modernità. Da storico, riconosce le follie del potere incontrollato (in politica e in religione), mentre da investigatore scopre le complessità di una società in profonda trasformazione".

Altra protagonista del romanzo è la Palestina del IV secolo. Che caratteristiche aveva quella terra tanti secoli fa? Ci sono analogie con l'oggi?

"La Palestina del IV secolo d.C. era assai diversa da quella biblica, e specialmente da quella a cui romanzi e film incentrati sul Vangelo ci hanno abituato. All'epoca, dopo ripetute guerre e deportazioni, solo un quarto della popolazione era ebraica. Lungo la costa, che ancora oggi si identifica con la Striscia di Gaza, vivevano da sempre popolazioni di cultura e fede diverse, influenzate dalla grecità. Esistevano dunque forti contrasti, che spesso sfociavano in sassaiole e disordini sanguinosi… episodi che ci suonano molto familiari. Sulle frontiere desertiche del sud-est premevano già le tribù arabe, contro le quali l’imperatore Diocleziano tra la fine del III e gli inizi del IV secolo aveva organizzato una barriera di fortini che arrivava fino a Petra. Il cristianesimo, ormai vecchio di trecento anni, godeva di una gerarchia organizzata, ben introdotta nel tessuto sociale ed economico, e tanto più vista con sospetto dai tradizionalisti, sia romani che di fede giudaica. Il conflitto di religione era sempre sottopelle: anche in questo le cose non sono cambiate molto in Palestina!".

Roma era ancora forte ma la crisi del mondo romano era profonda all'epoca di Sparziano, mentre oggi sembra essere in profonda crisi tutta la civiltà occidentale… come si può vivere in un'epoca di travaglio senza farsi travolgere dallo scoramento o peggio dal nichilismo?

"Il periodo in cui vive Sparziano è detto ‘Dominato’ dagli storici. Signori assoluti erano infatti gli imperatori soldati, quasi tutti nati e cresciuti lungo la frontiera esposta del Danubio e consci della fragilità dell’equilibrio mondiale. Filosoficamente, stoicismo e magia si contendevano il primato, alla ricerca di un principio che informasse la vita quotidiana e ne spiegasse le angosce. Allora, come oggi, i più sensibili avvertivano la crisi ed erano a rischio di soccombere alla paura della fine. Si davano allora le risposte più diverse, dal godimento sfrenato alle pratiche ascetiche, dallo studio delle spiritualità straniere (incluso il cristianesimo) all’asebèia, una forma di disincantato ateismo. Quando si teme il naufragio, è necessaria un’ancora di salvezza: per gente come Sparziano, la tradizione di Roma offriva una sicurezza identitaria. A mio modesto avviso, celebrare i molti traguardi raggiunti dal mondo occidentale, senza dimenticarne le innumerevoli colpe, aiuterebbe a combattere il senso di futilità che oggi molti avvertono: quello che gli antropologi chiamano 'perdita dell'anima'".

Allora la storia ci può essere d'aiuto nell'affrontare le difficoltà che stiamo vivendo oggi?

"Si è sostenuto che la storia è maestra di vita. A giudicare dagli ultimi tremila anni, si direbbe che l’umanità sia composta di pessimi scolari. Tuttavia, almeno per me, la conoscenza della storia (ivi inclusa quella più antica) mette tutto in prospettiva. Crisi, guerre, epidemie, persecuzioni, esodi, collassi economici… Tutto questo è già successo prima di noi, e succederà dopo di noi. Ora che la famiglia tradizionale allargata è quasi scomparsa, abbiamo perso l’abitudine al racconto udito in casa, e alla saggezza plurigenerazionale. Ebbene, se non possiamo ricreare un piccolo mondo antico in cui ascoltare gli insegnamenti delle nonne, dei sopravvissuti, dei reduci, possiamo almeno leggere la storia, antenata ricchissima di esperienza, sempre disponibile ad offrire consigli, ammonimenti e valide ragioni di speranza".

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