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Senza giustizia

Trent'anni fa la tragedia della Moby Prince

Centoquaranta morti e un solo superstiste nella nave in fiamme
la moby prince (foto archivio l unione sarda)
La Moby Prince (foto archivio L'Unione Sarda)

"May-day May-day May-day Moby Prince siamo in collisione….. siamo in collisione. Prendiamo fuoco". Sono passati 27 secondi dalle 22,25 da quando il traghetto passeggeri della Navarma è entrato in collisione con la petroliera Agip Abruzzo nel porto di Livorno e la voce del marconista Giovanbattista Campus lancia l'allarme che nessuno raccoglierà. È il dieci aprile del 1991, la data della più grossa tragedia della marineria civile italiana, la Ustica del mare: 140 morti (64 membri dell'equipaggio e 76 passeggeri) e un solo superstite, il mozzo Alessio Bertrand. Trent'anni di silenzi e omissioni non sono bastati a placare la sete di giustizia delle famiglie delle vittime (riunite nelle associazioni "140" e "10 aprile") anche oggi in prima linea, sia pure in streaming, per pretendere verità. Una verità che sarà al centro del lavoro di una nuova commissione parlamentare di inchiesta per approfondire quello già svolto nella precedente legislatura su una tragedia che la giustizia ha archiviato.

LA TRAGEDIA La nave Agip Abruzzo, del gruppo Eni, un gigante di 280 metri, carico di greggio, la notte del 10 aprile, è ancorata a due miglia e mezzo dalla costa. Alle 22,25 - per motivi mai chiariti - lo scontro. Le due navi entrano in collisione e pochi secondi dopo parte il mayday lanciato dal traghetto che nessuno raccoglie. Nel frattempo scoppia l'incendio e la Moby in fiamme inizia ad andare alla deriva. "Mayday mayday, siamo incendiati, ci sono venuti addosso": negli stessi momenti anche la Agip Abruzzo lancia l'allarme. Si parla di una bettolina. I primi soccorsi alla nave cisterna arrivano alle 23,05 e alle 23,40 i trenta uomini dell'equipaggio lasciano la nave indenni. E solo cinque minuti più tardi, quando una barca degli ormeggiatori si avvicina finalmente al mezzo (fino a quel momento ufficialmente ignoto) alla deriva e recupera il mozzo Alessio Bertrand che si getta in mare, il nome della Moby Prince arriva forte e chiaro col suo carico di tragedia. Il primo a salire a bordo è un marinaio alle due del mattino. La prima vittima viene recuperata alle 10.

La petroliera Agip Abruzzo (foto archivio L'Unione Sarda)
La petroliera Agip Abruzzo (foto archivio L'Unione Sarda)

LE VITTIME SARDE Il corpo di Ugo Chessa, l'esperto comandante della nave, cagliaritano, è stato trovato al suo posto, in plancia. Tra i primi a morire investito dalle fiamme. E vicino all'apparato radio era Giovanbattista Campus. Due tra i 25 sardi che quella notte viaggiavano tra Livorno e Olbia. C'era Angelo Canu, 28 anni, agente di polizia penitenziaria di Burgos con la moglie toscana Alessandra e le due piccole, Sara, cinque anni, e Ilenia, 15 mesi, immortalate in un video che acchiappa scampoli di normalità. Giovanni Filippeddu e la moglie Maria che rientravano ad Arzachena dopo la visita a Pisa al figlio universitario. Nell'equipaggio il medico di bordo Paolo Mura, 34 anni, e il cuoco Ignazio Pasqualino, di Carbonia. Tra i passeggeri i carabinieri Gianfranco Campus, di Birori, e Raimondo Vidili di Bonarcado. Umberto Bartolozzi di La Maddalena, Gavino Bianco, di Ossi, Raimondo Brandanu, di San Teodoro, Giuseppe Congiu, di Oliena, Angelita Demontis, di Alghero, Daniele Furcas e Gabriella Soro, di Silius, Maria Mela, di Buddusò, Pasqualino Piu, di Cuglieri, Salvatore Scano, di Alà dei Sardi, Maria Antonia Serra, di Ozieri, Antonio Sini, di Pattada e Alessando Vacca, di Cagliari. E sarda (cagliaritana) di adozione era anche Maria Giulia Ghezzani, 57 anni, la moglie toscana del comandante che l'aveva raggiunto nel suo ultimo viaggio. In questa tragica Spoon river i morti non dormono sulla collina ma in maniera atroce, in una nave in fiamme alla deriva.

LE INCHIESTE Il processo di primo grado inizia il 29 novembre del 1995 con quattro imputati (un ufficiale dell'Agip Abruzzo, il comandante in seconda, un ufficiale e un marinaio della Capitaneria di porto di Livorno) accusati di omicidio colposo plurimo. La sentenza di assoluzione "perché il fatto non sussiste" arriva due anni dopo. Sentenza parzialmente riformata nel 1999 dalla Corte d'appello di Firenze per intervenuta prescrizione. Nel 2006 la Procura di Livorno riapre l'inchiesta su istanza di Angelo e Luchino Chessa, figli del comandante. In particolare si chiedeva di fare luce sulla questione di un presunto traffico d'armi e la presenza di navi militari. Ma nel maggio 2010 il gip di Livorno, su richiesta del Pm, dispone l'archiviazione riportando il tutto a un errore umano. È però la commissione parlamentare d'inchiesta, presieduta dall'allora senatore Silvio Lai, con una relazione finale di 492 pagine pubblicata nel gennaio 2018 a ribaltare tutto. Tra i punti più rilevanti l'esclusione della presenza di nebbia e dell'errore umano, l'inchiesta carente, l'accordo assicurativo a due mesi dalla tragedia tra gli armatori delle due navi che ha portato al dissequestro della Agip Abruzzo, il fatto che la petroliera si trovasse in una zona dove c'era divieto di ancoraggio.

La prima pagina de L'Unione Sarda
La prima pagina de L'Unione Sarda

LA RICERCA DELLA VERITA' Su queste basi dovrebbe ripartire la nuova commissione. "Ci sono tutte le intenzioni di andare avanti per chiarire i troppi punti rimasti oscuri e per dare risposte che siano di conforto ai familiari delle vittime", spiega il deputato Pd Andrea Frailis, tra i firmatari della proposta di istituzione di una nuova commissione. "Personalmente sono convinto che il porto di Livorno quella notte fosse tutto fuorché uno scalo italiano e che ci fossero zone sottratte al controllo delle autorità italiane e per questo non è azzardato parlare di Ustica del mare". Il riferimento è alle numerose navi militarizzate americane presenti quella notte (lo scenario è quello della guerra del Golfo e la base di Camp Darby era al momento strategica). Il figlio del comandante, Luchino Chessa, insieme al fratello Angelo non si è stancato di inseguire la verità. "La commissione precedente ha lavorato molto bene. Purtroppo, ha avuto poco tempo e oggi noi confidiamo in una commissione bicamerale che possa sviluppare alcuni dei punti emersi nel lavoro precedente e che finalmente si lavori sul reato di strage".

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