Pedro Sánchez, storia di una leadership costruita su pacifismo e diritti
Studi e carriera politica. Vittorie e sconfitte. Ecco come il premier spagnolo è diventato uno dei leader europei più autorevoliPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
È il politico europeo del momento. L’unico, che a Donald Trump, l’ha detta diretta. Rotunda, come dicono in Spagna. Lui è Pedro Sánchez, madrileno classe 1972 (è nato il 29 febbraio), premier in terra iberica. Al presidente americano che gli chiedeva la disponibilità delle basi spagnole, Sánchez ha risposto picche: «Non saremo complici, no alla guerra».
Non è la prima volta che nello scacchiere internazionale, il capo del Governo di Madrid si tira fuori dalla mischia. Sánchez, sempre in tema di guerra, ha anche un precedente recente con Trump: la Spagna, infatti, si è rifiutata di far salire, sino al 5% del Pil, le spese Nato. Niente tappeto rosso steso al capo della Casa Bianca, che aveva imposto il raggiungimento del tetto. Nessun timore reverenziale a differenza di tanti altri leader europei con la schiena molto meno dritta.
Ma chi è Sánchez? Da dove arriva? Qual è la sua carriera politica? Intanto, gli studi: il premier spagnolo, nato in una famiglia borghese della capitale iberica, è un economista, come suo padre, anche lui Pedro (da quelle parti, prima più di ora, i nomi di ereditano in famiglia, la differenza la fa il secondo cognome, quello della madre, ciò che evita l’omonimia). Sánchez senior è stato direttore del Fondo español de garantía agraria; la madre, Magdalena Pérez-Castejón, funzionaria pubblica. Il premier in Economia non si è solo laureato ma ha fatto anche un dottorato.
La passione per la politica gli brucia dentro. La carriera è impressionante, tutta dentro il Psoe, il Partito socialista spagnolo. La militanza inizia prestissimo, a neanche vent’anni. Sánchez ha invece 32 anni quando, per la prima volta, viene eletto consigliere comunale a Madrid. È il 2004. E su quello scranno resta cinque anni. Conclusa l’esperienza in Comune a Madrid, sebbene parliamo di una capitale da oltre tre milioni di abitanti, il premier iberico incassa l’elezione in Parlamento. Ma la vera scalata alla Moncloa, l’equivalente spagnolo di Palazzo Chigi, comincia nel 2014, quando a quarantadue anni diventa segretario del Psoe e nei successivi due viene proposto dal partito come candidato alla presidenza del Governo. La strada, però, risulterà in salita. Molto in salita.
Quelli, in tutto il Paese, sono tempi di grande instabilità politica. Alle elezioni generali del 2015, vince di poco Mariano Rajoy, alla guida dei popolari del Pp. Le urne si riaprono un anno dopo. Nemmeno allora Sánchez la spunta. Anzi: il socialista si rifiuta di facilitare un governo moderato («No es no». «No è no», ripeterà con una frase diventata celebre). Fatto sta che si dimette sia da parlamentare e poi anche da segretario dei socialisti, dopo una battaglia interna in cui la sua leadership venne bocciata con 132 voti contrari (107 quelli a favore).
Senza più incarichi, politici e di partito, il volenteroso Pedro si rimbocca le maniche. Obiettivo: ricostruire la sua figura ma anche e soprattutto “riprendersi” in mano il Psoe.
Obiettivo centrato un anno dopo, al Congresso socialista del 2017. Altri dodici mesi dopo è capo del Governo. Sánchez si presenta di nuovo alle elezioni del 2020, quando torna alla Moncloa grazie a un accordo con Podemos, l’equivalente spagnolo dei Cinque Stelle. Deve fronteggiare la pandemia, le tensioni con il Marocco, dove nelle città di Ceuta e Melilla si estendono i confini spagnoli. Ma è soprattutto lavorando sui diritti, dalla riforma del lavoro all’eutanasia, che il premier spagnolo segna il passo. Di fatto continua a muoversi lungo la rotta, sempre di stampo socialista, aperta da Zapatero. Ma Sánchez riesce a ritagliarsi anche un ruolo internazionale, facendo leva su ambientalismo e pacifismo. Memorabile anche la sua posizione sulla guerra israeliana a Gaza: il premier spagnolo è stato uno dei pochi leader a parlare apertamente di genocidio e a schierarsi al fianco dei palestinesi.
Oggi la stampa internazionale si occupa di Sánchez. Ne parla e lo celebra. Certo, non è immune da critiche, che piovono da destra. I diritti sono la sua bussola. Di recente ha regolarizzato mezzo milione di immigrati. La Spagna, in questo, è paragonabile solo alla Francia: come per Parigi l’Africa bianca francofona è terra in cui pescare manodopera e nuovi cittadini, così per Madrid è l’America Latina. Il Paese iberico è la locomotiva Ue, con il Pil che cresce tra il due e il tre per cento. Un ritmo che non si registra in nessun altro Stato europeo.
