La Cagliari di Tonino Puddu, i pugni che hanno fatto la storia
Cagliaritano doc, campione europeo dei pesi Leggeri, il più grande organizzatore di boxe in Sardegna tra gli anni Novanta e Duemila: aveva 81 anniPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Nel romanzo della boxe Tonino Puddu ha sempre avuto un capitolo dedicato: sul ring brillava per classe, coraggio, potenza dei pugni. L’unico pugile a poter vantare un primato: “Non mi sono mai fratturato le mani”, diceva sempre con orgoglio. Una rarità per un pugile. Devastanti quel gancio sinistro e il montante, doppiati quasi sempre dal diretto destro. Sembravano proiettili: “Per vincere bastava farne esplodere uno”. Nella sua seconda vita, invece, è stato uno degli organizzatori più capaci negli anni Novanta e Duemila: a lui il merito di portare il primo match con il titolo mondiale in Sardegna.
Ora che se n’è andato dopo una malattia, di Tonino Puddu resta una eredità pesantissima. Un patrimonio dell’UNESCO si spinge a dire qualcuno. Un riflesso condizionato, naturalmente. Ma dà il senso della misura. Il pubblico che l’adottò fin dai primi vagiti sul ring gli diede nomi di battaglia che riassumevano la sua natura: Tonino-dinamite o il più fragoroso Tonino il bombardiere. A Milano, quando per alcuni anni si trasferì nel capoluogo lombardo, lo chiamavano Poldino. Un appellativo che gli diede un po’ per gioco il “Cardinale” Umberto Branchini, l'uomo che lo portò sempre più in alto fino al match per il titolo iridato, contro il messicano Rodolfo Gonzalez. E che la folla aveva imparato a urlava quando scaraventava sugli avversari la sua devastante combinazione di colpi. Erano i favolosi anni Sessanta per la boxe sarda: il cagliaritano Tonino Puddu, dettava legge nei pesi leggeri. Le sue combinazioni gancio sinistro-montante destro, avevano sugli avversari un effetto devastante. Tanto da consentirgli di vincere per cappaò 42 incontri su 74. Nel 1971, la Panini aveva “aperto” alla boxe, ma nei suoi album c'era spazio solo per le foto di 5 pugili: accanto a Clay, Foreman, Benvenuti e Arcari, c'era proprio lui, Tonino Puddu.
Antonio all'anagrafe, cagliaritano doc, nato e cresciuto nel quartiere Villanova, non era un gigante, ma sul ring scatenava una furia che lo faceva apparire tale. Aveva in dote un'aggressività che non dava respiro. Il resto lo faceva la sua devastante potenza. Esordì tra i dilettanti a 17 anni, un anno più tardi la svolta, quando in Marina conobbe uno dei più grandi maestri di pugilato, Carlo Repetto, per tutti Capo Repetto. E di quel titolo mondiale conquistato con i militari, proprio con Capo Repetto all’angolo andava sempre fiero: “Posso dire con orgoglio di essere stato un vero campione del mondo. Dei militari, ma pur sempre iridato”, diceva. Da quella stagione ricca di trionfi, pugili come il bombardiere di Villanova strappato al calcio (l’Ambrosiana Monserrato) e diventato campione d’Europa (sotto la guida di Lello Scano), sul quadrato se ne sono visti pochi. “Sul ring servivano due cose fondamentali, il cervello e i colpi duri. In ogni combattimento ho cercato di far funzionare la prima arma e usare bene la seconda”, diceva. Con risultati eccellenti, visto il record dei primi due anni di attività professionistica: 15 cappaò consecutivi su 18 combattimenti vinti. Un predestinato.
Un pomeriggio d'estate varcò la soglia della palestra-mito della boxe nazionale dell’epoca: la “Sardegna” di via Barone Rossi, università di campioni, culla di centinaia di speranze. “Quel giorno ero emozionato”, confessò. Chi non lo sarebbe stato? Vedere insieme tante celebrità: Rollo, Manca, Zuddas, Boi, poi anche i fratelli Miranda, e Udella (una leggenda vivente della boxe). L’epopea di Tonino Puddu cominciò quel giorno. E non è mai finita. Neanche adesso che non c’è più.
