Poteva essere ricordato per le sue doti calcistiche e invece lo è stato per un’impresa che con lo sport ha a che fare solo per alcune coincidenze. Un’impresa criminale, roba da film tipo “Ocean’s eleven”, la fortunata pellicola in cui Brad Pitt e George Cloney sono dei simpatici ladri professionisti per i quali si finisce per parteggiare. Ebbene, la storia di Pal Enger, promettente calciatore norvegese con anche una presenza in Coppa Uefa, attira simpatia perché sembra appunto la sceneggiatura di un lungometraggio. E soprattutto sarà ricordato per sempre come colui che rubò il celebre dipinto “L’Urlo” di Munch perché voleva ammirarlo nella sua casa in santa pace. Come dargli torto.

La scomparsa

Enger è scomparso qualche settimana fa, esattamente il 29 giugno, e le cronache hanno così riparlato di lui, di quel ladro capace di organizzare un clamoroso furto, così come tanti altri, per soddisfare la sua passione per l’arte. La sua punta di diamante, il capolavoro da genio del crimine, risale al 12 febbraio del 1994 durante le Olimpiadi invernali che si tennero appunto in Norvegia a Lillehammer. “L’Urlo” del norvegese Edvard Munch, uno dei più famosi quadri al mondo, faceva bella mostra nella Galleria Nazionale di Oslo. Enger, in compagnia di un complice, si arrampicò sulla facciata, senza neanche troppi problemi, sfondò una finestra e arrivò a portare via il dipinto. Non senza aggiungere un piccolo particolare per mettere in evidenza la sua destrezza. Lasciò un biglietto con un messaggio per forze di sicurezza del museo e Polizia: “Grazie per la scarsa sicurezza”. Ancora più clamoroso, forse, fu il ritrovamento del quadro. Enger pare che lo nascose sotto un tavolino e quando gli investigatori riuscirono ad arrivare a lui spiegò appunto di essere talmente affascinato da quel quadro che voleva ammirarlo in tranquillità a casa sua.

L’arresto

La Polizia riuscì ad arrivare a Pal Enger anche grazie all’aiuto di un investigatore di Scotland Yard, Charles Hill, specializzato in furti d’arte, che si finse un rappresentante del Paul Getty Museum per cercare di arrivare agli autori del clamoroso furto. Dopo alcuni mesi, la catena dei contatti messi in piedi dal detective diede i suoi frutti e i ladri portarono un pacco avvolto in un lenzuolo, lasciandolo in un punto prestabilito, il tavolo della sala da pranzo di una casa vacanze. Era proprio il dipinto rubato dal museo di Oslo. Enger fu incastrato dalla Polizia e condannato a sei anni e tre mesi di reclusione, i suoi complici invece se la scamparono.

Peraltro Enger lasciò più di una traccia. Venne ripreso dalle telecamere durante una visita al museo, lo stesso giorno del furto. Rubò anche una cartolina e dopo un bicchiere al bar, dimenticò il pezzo di carta, utile per ricostruire i suoi movimenti. Poi fece pubblicare un annuncio su un giornale per comunicare la nascita di suo figlio e scrisse. “È arrivato con un urlo”.

Il quadro

Munch, tra il 1893 e il 1910 realizzò quattro versioni del quadro. E quella disegnata utilizzando i colori a pastello, nel 2012, fu venduta all’asta per 120 milioni di dollari, e oggi avrebbe un valore di circa 247. Una cifra che certamente non spaventò l’autore del furto, peraltro non proprio nuovo a certe imprese. Nel 1988, infatti, rubò “Il vampiro” dal museo di Munch e nel dicembre del 2015 fu arrestato per aver portato via 17 dipinti dalla galleria Fineart, al centro della capitale norvegese. Dodici erano stati realizzati da Hariton Pushwagner, artista pop norvegese, ex campione di tennis, vagabondo, alcolista e tossicodipendente, figura in cui forse Enger si ritrovava un po’. Nella galleria dimenticò il portafoglio e la carta d’identità, quindi risalire a lui fu facile. Così la Polizia andò quasi a colpo sicuro e lui ammise il furto, così come raccontò di aver portato via anche un altro quadro di Munch, “Amore e dolore”, noto appunto come “Il vampiro” perché raffigura una donna che bacia un uomo sul collo. Per poi darsi alla pittura una volta ristretto in carcere.

Pal Enger
Pal Enger
Pal Enger

Chi era

A Enger è stato dedicato anche un documentario, “The man who stole the Scream”, in cui rivelò il momento esatto in cui pensò di rubare il celebre quadro di Munch: fu quando il presidente del Cio Juan Antonio Samaranch annunciò nel 1988 che le Olimpiadi invernali si sarebbero tenute in Norvegia nel 1992. Decise che era un buon momento perché le forze dell’ordine si sarebbero concentrate a Lillehammer: ebbe ragione. Ordinò dei libri sull’arte di scassinare le finestre e si mise all’opera per arrivare al suo obiettivo finale.

Pal era nato a Oslo dove crebbe in un quartiere malfamato, Tveita. Fece parte di una banda che riscuoteva denaro per conto di usurai e a 19 anni finì in carcere per la prima volta, in una prigione non proprio tra le più facili, Ullersmo. Poi ci fu il pallone ad allietare la sua vita. Giocò nel Valrenga ma di notte si dedicava ai furti, pur essendo una promessa. La bella vita per lui era normale, tra Porsche, ragazze e yacht. Tanto da paragonarsi a David Beckham. Certamente segnò meno gol rispetto al talento inglese, ma quando è morto, il 29 giugno scorso all’età di 57 anni, la sua ex squadra lo ha ricordato con rispetto e affetto, pur ammettendo che fosse “più bravo come ladro”. Certamente gli piacevano le sfide, anche quelle impossibili come rubare “L’Urlo” di Munch. Per averlo in casa e poterlo ammirare in santa pace appunto. Non si voleva arricchire con quel dipinto ma solo far capire che ammirare la bellezza è una sfida che vale la pena di giocare. Anche se vale la galera.

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