Per la Fifa, che lo organizza, è un evento (positivo) che porterà alla globalizzazione del pallone. Per gli altri, invece, solo una “dichiarazione di interessi”. Il nuovo Mondiale per club (a 32 squadre, con le italiane Juve e Inter) che si disputa in questi giorni negli Stati Uniti riaccende le polemiche tra favorevoli e contrari. Da una parte, anche la Fifa di Gianni Infantino, naturalmente, che descrive l’appuntamento come “una festa del calcio lunga un mese”, quelli che lo criticano per la totale assenza di misure per la salvaguardia della salute dei calciatori (secondo la Fifpro, il sindacato mondiale dei calciatori professionisti) ma soprattutto per essere una manifestazione che rinnega il calcio. E certo che il Bayern Monaco che ne ha fatto 10 alla prima squadra di Auckand (dove il calcio non è certo tra i primi sport nazionali) fa pensare che sia davvero così. A voler essere benevoli si potrebbe pensare che sia stata solo un episodio, un caso. Ma forse no. Si vedrà, la competizione d’altronde è appena cominciata.

Scrive in un editoriale su El Pais, Jorge Valdano, che “il Mundialito dimostra come il denaro governa, e ci lascia con la percezione che il calcio stia crescendo, ma la sua anima soffre perché le sue radici si stanno indebolendo. Più che una dichiarazione d'intenti, il Mundialito rivela una dichiarazione d'interessi”. L'argentino, ex giocatore del Real, parla di un nuovo ordine globale che si sta costruendo attorno al pallone, “un torneo irregolare perché il divario tra i giganti europei e le squadre che rappresentano gli altri continenti è abissale”. Non è l’unico a pensarla cosi. “L'ignoto è il principale motore narrativo di questo circo. Viene da chiedersi: qualcuno ha pensato ai tifosi?” Secondo Valdano molte delle 11 città che ospitano il torneo neppure si sono accorte della sua esistenza, ed è molto facile scambiare il campionato per un tour commerciale.

C’è poi il problema dello stress per i giocatori. Perché è vero che più una squadra è stanca, meno spettacolo c'è in campo. Il tempo per riposare è ridotto (il campionato italiano, per esempio, è finito solo da poche settimane), la resa i giocatori sulle spine. Scrive ancora Valdano che con il Mundialito siamo “tutti complici di questa deriva commerciale. Uno scenario di sfruttamento in cui gli sfruttati applaudono. I più sfruttati del sistema sono al tempo stesso i maggiori beneficiari. Giocano 60 o 70 partite all'anno, sopportano voli transoceanici, sessioni pubblicitarie, sforzi fisici e psicologici. Non c'è tregua, ma molti guadagnano più di quanto avrebbero mai potuto sognare. Si lamentano poco perché l'inflazione del sistema si prende cura dei loro privilegi. Nessuno è interessato a rompere l'incantesimo finché lo spettacolo continua a fare soldi”.

Amiamo il calcio perché è un narratore di storie ineguagliabile, ma “questa messinscena”, il mundialito, “è debole su tutti i fronti. Un torneo a scopo di lucro, dove tutti guadagnano tranne i tifosi”, sottolinea. Il dubbio che abbia ragione viene.

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