La parola ai cittadini, nelle urne di marzo c’è la scheda che porta a una scelta netta: lasciare il profilo costituzionale della giustizia com’è o mettere mano a una parte nevralgica del sistema. Domenica 22 (dalle 7 alle 23) e lunedì 23 (dalle 7 alle 15) si vota per il referendum confermativo sulla legge “in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”.

Le ragioni del voto

La prima cosa da chiarire è la natura del voto. Siamo davanti a un referendum previsto dall’articolo 138 della Costituzione: serve a confermare o respingere la revisione costituzionale approvata dal Parlamento. Il passaggio per le urne è obbligato perché la riforma disegnata dal governo di centrodestra non ha ottenuto la maggioranza qualificata dei due terzi in entrambe le Camere (ma solo la maggioranza assoluta del 50 per cento più uno). Elemento di chiarezza: nel voto di inizio primavera non è previsto alcun quorum. Il risultato è valido a prescindere dall’affluenza. Conta solo la maggioranza dei voti validi. È uno scenario diverso rispetto ai referendum abrogativi, le consultazioni previste per cancellare le leggi in vigore: solo in quei casi è necessario raggiungere il traguardo del 50 per cento dei votanti (più uno) rispetto agli aventi diritto.

Gli effetti della riforma

Cosa prevede la riforma? Il punto più noto è la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti, cioè tra giudici e pubblici ministeri. Negli assetti costituzionali esistenti l’ordine giudiziario è unitario. Il testo sottoposto al referendum del 22 e 23 marzo, invece, prevede il cambiamento delle norme fissate dalla Costituzione. L’ordine giudiziario verrebbe composto da due organismi differenti: i magistrati appartenenti alla carriera giudicante e quelli legati alla carriera requirente. Spetterebbe poi a norme specifiche sull’ordinamento giudiziario il compito di articolare l’organizzazione delle due magistrature.

Due organi di autogoverno

Si introdurrebbe un primo cambiamento sostanziale, con la nascita di due distinti organi di autogoverno al posto dell’attuale Csm unico: il Consiglio superiore della magistratura giudicante e quello della magistratura requirente. Entrambi sarebbero presieduti dal presidente della Repubblica. Due componenti di diritto sarebbero il primo presidente della Cassazione (nel Csm giudicante) e il procuratore generale della Cassazione (nel Csm requirente). Gli altri membri verrebbero selezionati attraverso meccanismi di sorteggio: un terzo nell’ambito di un elenco di professori universitari e avvocati compilato dal Parlamento in seduta comune, mentre per i restanti due terzi si procederebbe a un’estrazione tra magistrati giudicanti o requirenti. I requisiti necessari verrebbero stabiliti da una legge ordinaria, così come il numero esatto dei componenti dei due Csm. Durata della carica quattro anni con esclusione dalla “procedura di sorteggio successiva".

La corte disciplinare

Altro elemento di cambiamento è l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare a cui verrebbe affidata in via esclusiva la giurisdizione nei confronti dei magistrati ordinari, sia giudicanti sia requirenti. In pratica, la competenza oggi esercitata dalla Sezione disciplinare del Csm passerebbe a questo nuovo organo. La Corte sarebbe composta da quindici giudici: tre nominati dal presidente della Repubblica, gli altri selezionati per sorteggio tra giuristi e magistrati con requisiti specifici come l’esperienza di almeno vent’anni e l’attività in Cassazione.

Cosa succede se vince il Sì?

Se vince il Sì la riforma varata dal Parlamento viene confermata dagli elettori e quindi può essere promulgata. Entrerebbero nella Costituzione la distinzione tra carriera giudicante e requirente, i due Consigli superiori separati e la nuova Alta Corte disciplinare. Non tutto, però, cambierebbe in modo automatico il giorno dopo il voto: la riforma prevede una fase di attuazione e assegna un anno di tempo per adeguare le leggi ordinarie sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare.

Cosa succede se vince il No?

Se vince il No la legge costituzionale non viene promulgata. Il significato pratico è semplice: resta valido l’assetto attuale. Non entrerebbe in vigore la separazione delle carriere, non nascerebbero i due nuovi Consigli superiori distinti, non verrebbe istituita l’Alta Corte disciplinare prevista dalla riforma. La Costituzione non subirebbe modifiche, il sistema continuerebbe a funzionare secondo le regole esistenti.

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