Se Laurent Fignon, che martedì scorso si è arreso al cancro a soli 50 anni, avesse odiato il progresso tecnologico, nessuno gli avrebbe potuto dar torto. Nella sua più che brillante carriera ciclistica, aveva perso un Giro d’Italia e un Tour de France all’ultima tappa, proprio a causa delle “trovate” dei suoi antagonisti.

Nel 1984, al Giro d’Italia, Francesco Moser, staccato in classifica, lo batté di 2’24" e conquistò la corsa rosa che arrivava dentro l’Arena di Verona, usando la bici col manubrio “a corna di bue” e le ruote lenticolari con la quale (cinque mesi prima) aveva battuto il record dell’ora di Merckx. Fignon, che con qui suoi occhialini tondi da intellettuale in gruppo era chiamato “il professore”, non la prese bene. Accusò l’elicottero della tv di aver volato basso per disturbarlo e favorire il campione trentino, ma fu la delusione del momento.

Si rifece due mesi dopo, vincendo il Tour de France, ma l’accoppiata giallo rosa gli sfuggi ancora nell’89, quando finalmente vinse il Giro. Proprio sulle strade francesi, nella sua Parigi, fu costretto a incassare la più dolorosa sconfitta della sua carriera, ancora all’ultima tappa e ancora con lo zampino di una novità tecnica. Nella crono finale da Versailles ai Campi Elisi, l’americano Greg Lemond montò sul manubrio la prolunga aerodinamica “rubata” al triathlon: Fignon, che aveva 50" di vantaggio, perse il Tour per la miseria di 8", il distacco più risicato nella storia della Grande Boucle.

Nonostante queste disavventure, Laurent Fignon resta uno dei grandissimi del ciclismo di Francia, subito alle spalle di Jacques Anquetil, Luison Bobet e Bernard Hinault, nel Dopoguerra. È stato grande anche un anno fa, quando ha annunciato, nella sua biografia “Eravamo giovani e spensierati”, di avere un tumore e di aver assunto anfetamine durante la sua carriera, anche se le due cose non sono in relazione tra loro.

Non mostrava paura di morire, ma la stessa voglia di combattere che lo aveva portato a vincere due Tour, un Giro, due Milano-Sanremo, una Freccia Vallone e tante altre corse. Un mese fa era ancora al Tour, in veste di commentatore, la voce roca, i capelli biondi raccolti in una coda, lo sguardo fiero dietro i suoi occhiali. Adieu, monsieur le Professeur.
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