Gigi Riva: “Ci siamo salvati da Cagliari”
L’impresa dei rossoblù vista e analizzata dal grande Rombo di Tuono. Che parla anche di Nazionale, Europei e della prossima stagione
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Il Mito ora è sollevato. Il Cagliari – di cui è il presidente onorario e che ieri ha compiuto 101 anni – si è salvato e gli basta per guardare avanti. Sempre a testa alta, con un'autorevolezza non solo sportiva e una fama da hombre vertical che rendono inespugnabile una coerenza d'acciaio.
Gigi Riva, 76 anni di riservatezza portati con il peso di qualche acciacco, sta «fondamentalmente bene». Dispensa consigli con la sua proverbiale sobrietà e, da fuoriclasse qual è stato, ricorda al suo popolo: «La Serie A, per la Sardegna, è un patrimonio da preservare. A tutti i costi». In questi giorni è felice doppiamente: la Nazionale, di cui è il bomber assoluto, con 35 gol, e di cui è stato dirigente per un ventennio, ha giocato in città venerdì. Prevede un grande Europeo dell'Italia: «Vedrete, questi ragazzi ci faranno divertire». Ma se l'azzurro ha un posto importante nel suo cuore, la maglia rossoblù ce l'ha tatuata sulla pelle.
Riva, alla fine il Cagliari si è salvato da Cagliari.
«Alla lunga è uscito fuori il gruppo. C'è stato un momento in cui ero preoccupato, poi è arrivata una reazione magnifica. Sì, da Cagliari». Anche ai suoi tempi, del resto, la squadra aveva nel Dna l'animus pugnandi.
«Ci tenevamo: giocavamo per la gente. Io la gamba ce la mettevo sempre, lo dice la mia storia. Dopo un 1-3 a San Siro, il 31 ottobre del 1970 scesi in campo con la Nazionale in Austria e, infatti, me la ruppero. Forse avremmo vinto un altro scudetto, quell'anno».
Frattura del perone e distacco dei legamenti della caviglia: serba rancore?
«Affatto. Per come lo interpreto io, il calcio si gioca mettendo la gamba. E ci sta che si possa andare incontro a infortuni, anche gravi come è accaduto a me al Prater, a causa dell'entrata del povero Hof. Ripeto, ho un unico rammarico: eravamo primi in classifica e avremmo potuto vincere il secondo tricolore».
L'ultima volta della Nazionale a Cagliari, prima di venerdì scorso, fu con la Russia, sedici anni fa. Lei era dirigente azzurro.
«Ricordo quella partita perché il club ritirò la 11, la mia maglia. Fu un'emozione indescrivibile, con lo stadio pieno, tra la mia gente. Un regalo favoloso».
Il suo record di gol con la Nazionale è al sicuro.
«Non diciamolo» (ride).
Qualcuno in passato ha provato a insidiarlo. Uno su tutti: Balotelli. «Un buon giocatore e un bravo ragazzo, Mario».
La Nazionale di Mancini può arrivare fino in fondo all'Europeo? «Mancini sta facendo grandi cose, ma per arrivare in fondo è necessario che funzioni il collettivo. I giovani azzurri, a cominciare dal nostro Barella, fanno ben sperare».
A proposito dei "suoi" azzurri, Gigi Buffon a 43 anni lascia la Juventus e cerca ancora squadra.
«Una roba da matti» (ride ancora).
Siete legati da sincera amicizia.
«Quando ero il responsabile della Nazionale parlavo molto con lui. È una bella persona e un grande spot per il calcio».
Ritornando al Cagliari, quest'anno ha visto le partite?
«No, soffro troppo. Guardo da anni le immagini alla fine».
Come interpreta la riscossa di Pavoletti, diventato il trascinatore della squadra dopo esserne stato ai margini?
«Sicuramente la sua presenza ha influito molto sulla salvezza. La squadra ha fiducia in lui».
Un giudizio sul lavoro di Semplici?
«Ha rimesso le cose a posto, anche se è stata decisiva la reazione del gruppo. Ma non darei la croce addosso a Di Francesco: negli ambienti calcistici è risaputo che sia un tecnico preparato».
Ora ci sarà una sorta di spending review sul mercato.
«Non credo però che ci sarà un ridimensionamento. La Serie A costa, oggi più che mai. I sacrifici sono inevitabili per un club come il Cagliari, ma la spina dorsale va mantenuta».
Anche negli anni d'oro, del resto, era così.
«Certo. Ma con me non funzionò (ride per la terza volta): Arrica tentò di vendermi tre o quattro volte. Mi diceva: ti ho dato alla Juve, prendi l'aereo. Ma io non andavo. Stavo qua».
Attaccamento alla maglia e basta?
«A Torino mi avrebbero fatto ponti d'oro. Ma non volevo andare perché la mia storia col Cagliari era troppo bella. Cagliari rappresenta la più grande soddisfazione della mia vita: è diventata la mia casa, la mia famiglia, il mio mondo. Quando sono venuto qua avevo perso papà e mamma, ho recuperato psicologicamente il rapporto con il calcio. Ormai la Sardegna è nelle mie vene».
Si sente di dare un consiglio per il futuro al presidente Giulini? «In generale, mi pare stia lavorando bene. Anche quest'anno ha costruito la squadra, poi c'è stato quel periodo nero inspiegabile. Alla fine ci siamo salvati e questo viene prima di tutto. Continui così». Che cosa significano per lei il rosso e il blu.
«Sono due colori che si abbinano bene. Sono i colori della mia vita. A me piaceva molto anche la maglia bianca a maniche corte con i bordi rossoblù. Ci ha portato bene, che dite?».
Lorenzo Piras
