Tre generazioni unite dalla passione per la chitarra. Sarà uno straordinario viaggio dal futuro al presente fino alla storia delle sei corde, la serata in programma oggi alla MusiCA Arena in Fiera a Cagliari proposta dalla cooperativa Forma e Poesia nel Jazz: guest star il fuoriclasse texano Eric Johnson, 71 anni, virtuoso della chitarra ma anche pianista e cantautore, 17 album e 8 nomination ai Grammy. A precederlo il giovane talento cagliaritano Gabriele Chiesa, 13 anni ancora da compiere e già un vasto repertorio di blues e cantautorato, e poi il chitarrista palermitano Matteo Mancuso, 29 anni e alla testa del suo trio, Riccardo Oliva al basso e Gianluca Pellerito alla batteria, forte del successo dell'ultimo album "Route 96".

Matteo Mancuso, che significato ha per lei condividere il palco con un mito della chitarra come Eric Johnson?

«Per me è un eroe. Un brano come "Cliffs of Dover", uno dei suoi pezzi più popolari e Grammy per la Miglior Performance Strumentale Rock, mi ha aperto un mondo. Ha saputo contaminare il blues come nessun altro con elementi rock, jazz, fusion, folk, new age, persino country».

Si sente ancora un fan oppure ormai un collega?

«Sicuramente non un collega, al massimo uno studente che non smette di imparare: è come paragonare la Champions League alla Serie B».

Suona la chitarra elettrica “fingerstyle”, senza plettro: perché?

«Cercavo un vocabolario ispirato ad altri strumenti, in un tentativo di “copiare” il modo di pensare dei pianisti o dei sassofonisti, ad esempio. Senza il plettro mi sembra di riuscirci».

La musica strumentale oggi è una scelta di nicchia?

«Nel pop c’è un lavoro di confezionamento per arrivare a un pubblico ampio. A me non interessa se ad ascoltarmi ci saranno 500 persone o 5mila. Mi sentirei un impostore se cercassi di fare qualcosa solo per piacere agli altri: faccio la musica che piace a me».

Il web è pieno di chitarristi che pubblicano video perfetti sui social: cosa distingue un musicista da un esecutore?

«Io direi che c’è una differenza tra uno strumentista e un artista: l’artista ha qualcosa da dire, lo strumentista no. Per quanto riguarda i social ho una regola ferrea, personalmente propongo solo quello che riesco a riprodurre sul palco. Niente ritocchi».

Che musica ascolta?

«Sono cresciuto con gli AC/DC e i Led Zeppelin, grazie a mio padre produttore e mio fratello chitarrista come me. Senza di loro, forse non avrei mai conosciuto questo mondo. Chissà».

Se potesse tornare dal Matteo quindicenne che passava le giornate a studiare la chitarra, quale consiglio gli darebbe oggi?

«Gli direi di studiare ancora di più e di provare a fare più gavetta, una fase estremamente utile nella crescita di un musicista».

Da isolano, che rapporto ha con la Sardegna?

«Mi ha sempre affascinato: è pacifica, rilassante, con un aspetto più selvaggio rispetto alla Sicilia. Condivido le difficoltà sui trasporti ma io ho scelto di restare nella mia isola: non voglio sacrificare il mio stile di vita per un aeroporto meglio collegato».

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