«Cosa mi colpisce della Sardegna? La potenza inebriante della natura». Niccolò Fabi torna nell’Isola per tre date consecutive ma per un artista che a 58 anni non smette di cercare un dialogo profondo con il tempo, i luoghi e la dimensione più autentica dell’esistenza, non è solo un palco ma un territorio chiamato a difendere ogni giorno «un equilibrio prezioso, quello tra la presenza dell’uomo e una natura ancora incontaminata». Con oltre 25 anni di carriera alle spalle, il cantautore romano porta in Sardegna il tour estivo di “Libertà negli occhi”, il suo decimo album di inediti nato da un ritiro di dieci giorni in una baita di montagna in Val di Sole: il 16 luglio sarà a Porto Rotondo, il 17 luglio a Cabras e il 18 luglio a Sarroch.

Una residenza isolata e lontana dai tempi dell’industria musicale, perché questa scelta controcorrente?
«Non credo di aver mai fatto qualcosa di controcorrente, nel senso di andare contro qualcosa. Ho cercato di capire cosa mi riguarda di più e mi sono preso la libertà di seguirlo. Rinchiuderci con gli amici e i musicisti di sempre in una splendida situazione tra la neve, senza distrazioni, ci ha permesso di imprimere nelle registrazioni una serenità che potesse arricchire le canzoni».

Ha definito questo disco “un regalo fatto a sé stesso e ai suoi compagni di viaggio”. Quanto conta per lei la condivisione?
«La vita di un cantautore è fatta di una grande solitudine. La scrittura è un momento solitario, almeno per come la vivo io, un esercizio personale che rischia di essere autoreferenziale. Incontrare lo sguardo degli altri mi aiuta a confrontarmi».

In “Libertà negli occhi” torna il tema dell’essenziale e della capacità di fermarsi. È un’esigenza nata da questo momento storico?
«Credo sia un’esigenza umana millenaria: quando si cresce e ci si rende conto di essersi arricchiti anche quantitativamente, si passa a una fase diversa, quella della sottrazione e del ridurre le aspettative di grandezza. Alla fine ciò che ci appartiene davvero è poco».

Uno dei brani più intensi è “Nessuna battaglia”, un invito a un approccio diverso alla malattia. Un tema che sente vicino?
«Il rapporto con la malattia è un’esperienza inevitabile andando avanti con l’età e credo che in questo si misuri il proprio approccio alla vita. Penso che bisogna accettarla come parte integrante dell’esistenza: non deve passare attraverso il vocabolario militaresco dei guerrieri, del nemico arrivato da fuori. È una parte di noi».

Cosa cerca oggi quando sale su un palco?
«Nel tempo ho acquisito quasi mio malgrado una veste di cerimoniere. Come in una seduta di rigenerazione, sento come essere umano che le persone si sintonizzano: non dico che i miei concerti siano una terapia, però ho la sensazione che il pubblico vada via con un pizzico di fiducia in più».

In Sardegna tre appuntamenti in luoghi molto suggestivi, come li vivrà?
«Credo di non aver mai fatto tre concerti in Sardegna di seguito e sono esaltato. Ogni volta che arrivo qui sento la potenza inebriante della natura, delle coste ma anche dell’entroterra. Gli odori, i colori... l’Isola è speciale e mi fa sentire come non mai l’importanza di tutelare un giusto equilibrio tra l’ambiente e l’uomo. Deve restare unica».

© Riproduzione riservata