Un freno al fisco spione: l’intervento del 16 gennaio 2026
Di Antonello MenneIn una stagione in cui il diritto sembra affondare sotto i colpi dell’autoritarismo, arriva una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) che segna un punto fermo contro l’arbitrio del potere costituito nei confronti del cittadino. Si tratta della decisione resa pubblica lo scorso 8 gennaio, con la quale la Corte europea, Sezione prima, accogliendo il ricorso di due contribuenti italiani, ha censurato l’ordinamento giuridico nazionale laddove consente all’Agenzia delle Entrate un accesso fin troppo discrezionale ai conti bancari dei cittadini.
Dice, cioè, la Corte che il quadro legale italiano non delimita portata e condizioni dell’accesso, con garanzie insufficienti per i cittadini e senza controllo effettivo ex post: è quindi un accesso troppo ampio e privo di vincoli qualificati. La Corte di Strasburgo ha rilevato che in Italia non è garantito ai cittadini un livello minimo di tutela dei propri dati personali – con tali dovendosi intendere i dati bancari ex art 8 Convenzione Europea Diritti dell’Uomo – sottolineando la necessità di norme specifiche che indichino in modo chiaro le circostanze e le condizioni in cui le autorità nazionali possono accedere alle informazioni bancarie dei contribuenti.
Inoltre, la Corte ha affermato che dovrebbe essere riconosciuto al contribuente anche il diritto di ricorrere all’autorità giudiziaria, seppure in assenza di un avviso di accertamento. Con questa pronuncia, la Corte europea accende un semaforo rosso per l’Italia, invitandola a fissare regole idonee a evitare che l’esercizio del potere pubblico possa sconfinare in arbitrio, a danno del contribuente privato di quelle garanzie minime di tutela.
Il dibattito di questi giorni si estende anche al piano del diritto internazionale, dove le potenze dotate di eserciti e risorse economiche impongono spesso il primato – e l’arroganza – della forza a discapito del diritto. Ma la stessa emergenza si registra anche all’interno dei confini nazionali, in più settori dell’ordinamento. Limitare l’arbitrio dell’autorità pubblica è essenziale per garantire una convivenza pacifica tra cittadini e istituzioni, tra imprese e pubblica amministrazione.
È tempo, dunque, di prendere coscienza della fase che stiamo attraversando: non soltanto in ambito fiscale, ma anche in materia di sicurezza, economia e libertà civili. Questa è una stagione che tende a riaffermare la centralità dell’autorità pubblica a scapito dei diritti dei cittadini, sacrificando – in nome di presunte esigenze superiori, come l’ordine pubblico o l’interesse nazionale – perfino i diritti inviolabili della persona.
Per contrastare l’avanzamento di questa deriva autoritaria, non basta predisporre strumenti di tutela in sede giurisdizionale. Come ricorda la CEDU, è necessario ripensare una legislazione fortemente garantista, capace di tutelare cittadini, imprese e famiglie. Bisogna, in una parola, rifondare il patto con i cittadini su un rapporto di fiducia e leale collaborazione, nella convinzione che contribuenti, imprenditori, studenti e lavoratori siano orientati al bene collettivo, non al malaffare.
In quest’ottica, occorre ampliare gli strumenti basati sull’autocertificazione delle condizioni giuridiche, accompagnandoli a sanzioni certe e mirate per chi tradisce il patto di fiducia. Non tanto attraverso un aumento delle pene detentive – spesso inefficaci – quanto mediante limitazioni concrete nell’accesso a provvidenze pubbliche, a incarichi o a percorsi formativi.
Ciò che sta accadendo negli Stati Uniti, dove il Congresso appare in parte esautorato e gli Stati federati subiscono continue ingerenze da parte dell’amministrazione di Washington, dimostra che perfino una democrazia consolidata può inclinare verso l’autoritarismo. Un rischio che non è remoto e che potrebbe propagarsi anche in Europa e in Italia, giustificato dall’idea – pericolosa – di concedere “poteri speciali” per affrontare emergenze spesso più evocate che reali.
Per questo, sarebbe opportuno riaprire in Italia un ampio dibattito sullo stato delle garanzie democratiche, per verificare se gli strumenti di tutela siano ancora adeguati a scongiurare tale rischio e per rafforzarli, in nome della Costituzione, che da ottant’anni assicura alla Repubblica stabilità e democrazia.
Antonello Menne