Le nuove “Dietary Guidelines for Americans”, che riscrivono la tradizionale piramide alimentare superando la demonizzazione dei cibi di origine animale, rappresentano un vero cambio di paradigma. Le forti reazioni, registrate anche in Italia, dipendono in larga parte da un equivoco di fondo: il documento è stato letto come se fosse rivolto a noi, mentre nasce per rispondere a una situazione sanitaria senza precedenti negli Stati Uniti. Lì, infatti, oltre il 40 per cento degli adulti è obeso e circa l’11 per cento rientra nella categoria dei cosiddetti super-obesi.

È questa una condizione associata a un rischio molto elevato di diabete, malattie cardiovascolari e riduzione dell’aspettativa di vita. È il punto di arrivo di una traiettoria che dura da mezzo secolo e che configura ormai una vera e propria catastrofe metabolica nazionale.

Oggi circa il 60 per cento delle calorie consumate negli Stati Uniti proviene da prodotti ultra-processati (in Italia il 13 per cento). Il problema perciò non è l’eccesso di carne o di altri alimenti tradizionali, ma la progressiva sostituzione dei cibi veri con surrogati industriali ad alta densità calorica, con eccessi di sodio e appetibilizzanti, e basso valore nutrizionale. Le nuove linee guida raccomandano un ritorno ad alimenti riconoscibili, minimamente trasformati e nutrienti, riducendo in modo drastico il peso dei prodotti iper-processati che dominano la dieta americana

Letta senza pregiudizi, questa impostazione non è lontana dalla dieta mediterranea. Centralità dei cibi reali, equilibrio tra alimenti vegetali e animali, attenzione alle porzioni, riduzione di zuccheri e amidi raffinati sono elementi comuni. Le linee guida americane non propongono un modello alternativo, ma cercano di avvicinare una popolazione con abitudini profondamente diverse a un assetto alimentare più ordinato e meno industrializzato.

Questa discussione ci riguarda da vicino più di quanto si pensi. In Italia l’obesità infantile è diventata preoccupante, circa il 10 per cento secondo l’Istituto Superiore di Sanità, e pur non avendo ancora raggiunto i livelli statunitensi segue una traiettoria analoga (taccio sull’obesità e il sovrappeso in età adulta, in continuo incremento). È probabilmente l’esito del fatto che solo il 5% dei nostri connazionali segue realmente la dieta mediterranea e che il modello statunitense (ma anche nord europeo) si sta imponendo anche nella patria del buon cibo.

È esattamente così che è partita la crisi americana, con l’allontanamento dalle diete tradizionali seguita da segnali inizialmente sottovalutati e dalla convinzione che il problema fosse risolvibile con diete low fat o eliminando carni, uova e latticini. Le nuove DGA non vanno imitate né respinte per riflesso ideologico, ma devono essere comprese come il tentativo, forse tardivo tuttavia necessario, di correggere una rotta che ha prodotto uno dei maggiori fallimenti di salute pubblica del mondo occidentale. Ignorare quella lezione sarebbe un errore che non possiamo permetterci.

Giuseppe Pulina

Università di Sassari

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