Sanità, una tassa sulle pensioni
Di Ciriaco OffedduDati Istat 2024. La spesa sanitaria italiana ammonta a 185 miliardi di euro (8,4% del Pil), così ripartiti: 137,4 miliardi di spesa pubblica (74,3%) e 47,6 miliardi di spesa privata (25,7%), di cui 41,3 miliardi di spesa di tasca (22,3%) e 6,3 miliardi (3,4%) intermediata da fondi sanitari e assicurazioni.
Estraiamo subito alcuni dati: da anni l’Italia si è allontanata dal livello di spesa sanitaria dei Paesi Ocse, con un differenziale di circa 0,9 punti di Pil rispetto alla media Ocse, pari a circa 20 miliardi di euro. Confrontandoci con gli Usa – anche da poco ho letto un duro j’accuse di un giovane osservatore che, per la prima volta in vita sua a New York, si scagliava contro il sistema sanitario americano –, questi ultimi destinano il17,1% del Pil alla spesa sanitaria complessiva, più del doppio dell’Italia.
Ma torniamo a noi: a fronte di un arretramento pubblico, la spesa sanitaria delle famiglie ha superato brillantemente i 41 miliardi di euro, di tasca, mentre 5,84 milioni di persone (9,9% della popolazione) hanno dichiarato di aver rinunciato a prestazioni sanitarie per una o più motivazioni – ragioni economiche e liste di attesa. L’effetto combinato di pensioni che crescono poco, di ricorso in rapida crescita alla sanità privata, ulteriormente favorita dai tempi di attesa della sanità pubblica, tutto questo – dati Ocse – porta l’8,6% delle famiglie italiane ad affrontare spese sanitarie definite “catastrofiche”.
Sfatiamo dunque la leggenda che vuole un welfare che copre tutto e una sanità pubblica gratis per tutti, orizzontalmente e verticalmente. Se mai esistiti, questi tempi felici sono finiti da tempo, tramontati soprattutto per le fasce deboli della popolazione: anziani, malati, detentori di pensioni minimali o comunque sotto la media.
Quella che viene chiamata la piramide rovesciata delle migliori civiltà – perché un reale segno di civiltà è quello di dare priorità e attenzione alle fasce deboli – da noi non esiste: circa il 10% della popolazione viene semplicemente abbandonata al suo destino. Che si curi male o non si curi affatto, a chi importa?
Sfatiamo ancora un’altra leggenda, quella delle pensioni “difese”. Perché quel che si sente dire, generazione dopo generazione di nuovi pensionati, è che: “Ho lavorato tutta la vita, prendo questa miseria di pensione, ma se me la toccano sono pronto a scendere in piazza.” Dove lo scendere in piazza assume diverse coloriture e minacce in funzione della balentìa del proponente.
Peccato che il potere d’acquisto, ben diverso dal tasso d’inflazione ufficiale – ho scritto già un articolo sulle storture del famoso “paniere” su cui viene calcolata l’inflazione ufficiale – ci divori una parte crescente della nostra sudata pensione. E che un’altra fetta ci venga sistematicamente tagliata proprio dalla sanità. Quanto incide questa perdita? Non può esistere un dato onnicomprensivo – intendo valido per tutti, detentori di pensioni da fame o di pensioni “politiche”, di sani o malati o molto malati, di sessantenni o settantenni o ottantenni, da nord e sud, eccetera. Solo l’indice di inflazione – uno dei pochi miracoli a cui crediamo ciecamente, parimenti ai valori della nostra società – riesce in questo sforzo di accomunamento, di sintesi metafisica.
Possiamo però fare qualche cauto passo di avvicinamento, tenendo bene in mente alcuni dati “esperienziali”: quanto costa, ad esempio, una visita specialistica privata e – non oso scriverlo – pagata magari in nero? Dagli 80 ai 150 euro? Che confronto fare?
Un passo indietro, abbiate pazienza. Nei Paesi Ocse l’incidenza della spesa pubblica per le pensioni è intorno al 9% del Pil, mentre in Italia supera il 16%. Questo abnorme risultato non è sintomo di una ammirevole felicità sociale, di gratitudine verso le classi lavoratrici e deboli, ma, al contrario, di un sistema assistenzialistico spinto ai massimi, di ingiustizie palesi, di geopolitiche di vario stampo. Tolte queste sacche, le pensioni medie sono infatti molto basse, non superiori a 1.300 euro mensili.
Considerando i farmaci non rimborsabili, le visite private, i ticket, il dentista, e poi, con l’età, il fisioterapista, la badante, i dispositivi medici, ecc., cosa rimane delle nostre pensioni? La sanità è diventata un’ulteriore tassa anticostituzionale sulle pensioni. E tra cinque anni?
Ciriaco Offeddu
Manager e scrittore