“La Sardegna di fronte all’Italia”, i Sardi di fronte a se stessi.

La prima frase è il titolo di uno degli scritti più importanti del fondatore e ideologo del sardismo: Camillo Bellieni, su “La voce dei combattenti” (31 dicembre 1920), periodico pubblicato a Sassari. «La Sardegna sarà redenta dai Sardi», campeggiava sotto il titolo de “Il Solco”, il giornale quotidiano che di lì a poco l’avrebbe sostituito a Cagliari. In quei giornali, gelosamente conservati dai nostri nonni - in arrivo, feriti nel corpo e nello spirito, comunque trasformati nelle coscienze, dalle terribili esperienze nelle trincee e nei campi delle prima guerra mondiale – si ritrovano pagine indimenticabili di quella prima bella gioventù che, dappertutto in Europa, aveva giurato a se stessa e al mondo che tutto sarebbe cambiato.

Caddero gli imperi (il russo, l’austro-ungarico, il tedesco) e si inalberò il vessillo delle rivoluzioni, con le bandiere rosse e quelle nere. Certo, proprio dappertutto: Mussolini e Hitler, non solo Lenin, si presentarono come rivoluzionari. Nello stesso periodo, anch’esso rivoluzionario, si presenta il sardismo, con la sua bandiera dei quattro mori.

Gli storici, oggi, considerano la seconda guerra mondiale come consequenziale e proseguo della prima, solo con l’intervallo di un ventennio. La Sardegna visse le trincee della prima e i bombardamenti della seconda.

Ma le visse con una vicenda tutta sua particolare, fortuna inevitabile dell’essere isola e destino di un popolo conseguentemente particolare, all’interno e a fianco di una storia più generale. La solita “storia che venite a raccontarci” – si sente in lontananza e qui vicino. Ma, leggiamo i giornali, questo che abbiamo in mano, e leggiamone uno che arriva dal di fuori.

Noi troviamo qui le notizie che agenzie e inviati ci mandano dal mondo, ma abbiamo bisogno di descrivere il nostro percorso, la nostra storia, dentro, a fianco, a volte contro e a volte pro, alla storia d’altri. Con una particolarità: che, dal 1861, la Sardegna è “di fronte all’Italia”.

Sia permesso proporre una frase lunga dello scritto di Bellieni: «Ho sentito uscire affermazioni, senza dubbio suggestive per la sua audacia: “La Sardegna può bastare a se stessa”, noi possiamo rompere ogni vincolo con l’Italia! Inizieremo un nuovo cammino alleggeriti del triste fardello di una servitù che è stata finora esiziale per il nostro sviluppo. Noi vogliamo una Sardegna libera!».

Bellieni, pur convinto della specificità etnica e della convenienza anche economica dell’indipendenza di una nazione sarda, che però allora considerava allo stato abortivo, non lo riteneva possibile per ragioni internazionali (nazionalizzare le miniere avrebbe comportato l’arrivo delle flotte francesi ed inglesi nella difesa dei loro capitalisti) e per ragioni affettive e culturali (i giovani ufficiali sardi erano stati interventisti, in vista della quarta guerra di indipendenza nella costruzione di una “grande” Italia!).

Era convintamente federalista e sosteneva che una Sardegna veramente autonoma, all’interno di uno stato federale, avrebbe fatto la fortuna propria e delle altre regioni riunite in federazione. Lo scriverà di suo pugno nel documento finale del congresso fondativo del Partito Sardo d’Azione (il 17 aprile 2021), approvato tra gli applausi dei delegati: "Ove le nostre giuste e misurate aspirazioni dovessero ancora trovare il governo d’Italia inerte e neghittoso per incomprensione e per inconsiderata resistenza alle sue domande, il popolo sardo ritroverà in se stesso la forza, l’energia e la decisione per combattere e vincere, pur col cuore sanguinante, con altri mezzi e per altri scopi”.

Il sardismo nasce con i Sardi di fronte a se stessi, questa è l’Autonomia, caleidoscopio comprendente innumerevoli sfaccettature, metafora di ciò che costituisce l’identità di ciascuna persona allargata a tutto un popolo. La formazione della Regione è stata una conquista importante, esito di vicende complesse, ma comunque determinate dal rapporto non facile con lo Stato e con la società italiana.

Quello che viviamo già da qualche anno a questa parte, considerando le molteplici servitù cui intendono costringerci (la carceraria, l’industriale, l’energetica, l’ambientale e culturale), ripropone situazioni, atti e fatti ricorrenti negli ultimi ottant’anni. Anche quello, importante, che, pure con contraddizioni e limiti da discutere, si potrebbe vivere il 28 febbraio 2026. Esso trova dei precedenti istruttivi. Più unitari e non episodici. Contro tutte e ogni servitù.

Salvatore Cubeddu

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