I paralleli con Angioy: l’intervento del 12 maggio 2026
Di Adriano BomboiL'eroe della “sarda rivoluzione” Giovanni Maria Angioy ebbe diversi connotati comuni con alcuni celebri protagonisti del suo tempo: George Washington e Thomas Jefferson. Uomini dell’establishment conservatore, occupati a livellare le pretese fiscali delle rispettive monarchie al potere, per poi accompagnare le rivolte verso estreme conseguenze.
Angioy era un magistrato insignito dal potere sabaudo, e pure George Washington rappresentava il potere dell’epoca, poiché fu deputato, giudice e militare delle Colonie americane, ed entrambi stimavano l'industria del cotone, seppur distanti sul tema della schiavitù. Ma nessuno dei due impersonava il classico rivoluzionario giunto dal basso in rappresentanza di istanze sociali. Tuttavia, lo studio dei differenti processi politico-economici ci porta a ritenere che pure Thomas Jefferson ebbe tratti comuni ad Angioy su un aspetto molto interessante, che attiene alle affinità e alle divergenze della struttura economica dell'epoca tra Regno di Sardegna ed ex Colonie.
Il nostro Angioy, inizialmente sostenuto pure dai feudatari, notò che ampia parte dei problemi economici del territorio derivavano proprio dal modello feudale; mentre Jefferson in Virginia si rese conto che la ricchezza derivante dai commerci poteva essere espansa abbattendo i retaggi feudali importati dalle autorità inglesi.
Tanti ignorano infatti che, nonostante gli americani non avessero una struttura feudale sulla base di quelle ancora esistenti in larga parte d’Europa, sussistevano però diversi obblighi di matrice feudale. Si pensi ai Quitrents, una tassa di concessione dovuta dai detentori delle terre alle casse reali, poiché Londra ne vantava la proprietà formale. O si pensi al cosiddetto Entail, una clausola legale per cui non si potevano vendere o dividere i grandi latifondi, danneggiando lo sviluppo della proprietà privata e dunque degli investimenti, a vantaggio dei protetti della Corona.
Tutto ciò, da evidenziare, avveniva in un’America che, a differenza dei sardi, aveva conosciuto i vantaggi del capitalismo. Ed è su questo tema che le vicende di Angioy si allontanarono da quelle di Washington e Jefferson, proprio a causa dei diversi fondamenti economici esistenti. Perché a un certo punto i feudatari sardi compresero che seguire Angioy sino in fondo significava rinunciare a rendite certe, in una realtà dove “su connottu” delle terre comuni prevaleva nella struttura economico-sociale del territorio. Così perse la fiducia di quanti non compresero la lungimiranza del suo impegno.
Ben diversa la sorte di Washington e Jefferson, perché dove già si erano conosciuti i benefici della proprietà privata, alimentare una battaglia politica e poi militare contro i privilegi dell'aristocrazia coloniale portava benefici diffusi a chi già materialmente controllava le terre e commerciava manifatture legate ad esse. Da notare poi che i sardi non parlarono subito di “Repubblica sarda”, inizialmente posero solamente domande al potere regio d'oltremare per stabilire un riequilibrio senza mettere in discussione la titolarità della sovranità. Ed anche gli americani non parlarono immediatamente d'indipendenza, chiesero al potere regio d'oltreoceano di ristabilire un equilibrio: no taxation without representation.
I signorotti sardi giunsero però a conclusioni simili a quelle americane diversi decenni dopo, all’epoca delle controverse Chiudende, che porteranno a demolire il feudalesimo. Sarà nell'Ottocento, con ampio e disastroso ritardo rispetto agli Usa, che i sardi inizieranno a conoscere, seppur superficialmente, i benefici del libero commercio derivante da una razionalizzazione privata dell’uso delle terre e dall'export dei loro prodotti. Le conseguenze di quegli eventi sono note: gli Stati Uniti sono divenuti la maggiore potenza al mondo, mentre i sardi non hanno neppure un Pil paragonabile a quello di altre note e sviluppate isole-Stato di fama internazionale.
Adriano Bomboi – Saggista