La parabola di Donald Trump, da pacificatore a conquistatore. E il ruolo dell’Unione europea
Le considerazioni sulla guerra in Iran e le sue implicazioni economiche e geopolitiche. E una Ue ininfluente(Ansa)
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Chi ci capisce qualcosa è bravo. Correva l’anno 2024, mese di maggio, e Donald Trump, in occasione di un comizio nel Bronx, aveva avuto modo di dichiarare, stando a quanto riportato dalle Agenzie di Stampa, non solo che “con (lui) presidente non ci sarebbe mai stata la guerra in Ucraina, non ci sarebbe stata la guerra con Israele e il 7 ottobre”, ma anche che “non importa (va) il colore della pelle” siccome si era “tutti americani”.
Durante tutta la sua campagna elettorale aveva anche ripetuto varie volte che avrebbe posto fine ai conflitti in corso, riferendosi in particolare a quelli in Ucraina e Gaza. Si è descritto quale Pacificatore, rilevando che durante i suoi precedenti quattro anni di mandato nessuna guerra era stata intrapresa. Da allora, a ben considerare, acqua sotto i ponti deve esserne passata, lavando via, sembrerebbe, ogni buona intenzione. E probabilmente qualcosa è cambiato, o magari si è solo rivelato e palesato, in termini di pianificazione ideologica: sabato 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran che, dal canto suo, sembrerebbe aver risposto con altrettanta forza all’attacco.
A rifletterci, tutto considerato, alle oscillazioni comportamentali di Donald Trump, il mondo si è pure abituato, ma ad oggi, a insinuare perplessità sempre maggiori, parrebbe essere l’atteggiamento tenuto, rispetto alla circostanza contingente, dall’Unione Europea, la quale è apparsa alquanto scomposta (se si consente l’espressione) sul piano istituzionale, divisa nella sua articolata compagine strutturale per essere in realtà sostanzialmente ininfluente sul corso degli eventi, limitandosi, gioco forza, a subirli passivamente. Se poi si aggiunge la ulteriore circostanza che l’Unione Europea, a tutt’oggi, non sembra determinarsi in maniera univoca e unitaria rispetto ai Membri che la compongono, annoverando al suo interno Paesi disposti ad intraprendere non meglio precisate azioni difensive, se necessarie, e Paesi invece per nulla inclini a giustificare l’operato americano, allora tirare le somme appare tutt’altro che semplice.
Il solo ritenere l’attacco sferrato da Stati Uniti ed Israele quale occasione per favorire ed ottenere un cambio di regime in Iran (ammesso e forse non concesso, sul piano del Diritto Internazionale, che sia possibile ingerirsi negli affari interni ed esterni di un altro Stato, buono o cattivo che sia), sembrerebbe apparire illusorio, e parrebbe forse avere il sapore di un tentativo di giustificazione a posteriori di una azione non calibrata che rischia seriamente di ripercuotersi gravemente a livello globale con conseguenze forse non gestibili.
Teheran, diversamente da quanto si attendeva Donald Trump, non è apparsa affatto intenzionata a stare a guardare. La credibilità stessa dell’Unione Europea, già incrinata dagli eventi geopolitici degli ultimi anni, sembrerebbe apparire compromessa siccome inidonea, allo stato, a fondare un principio di affidamento riflettente l’immagine di una comunità politica ed economica fondata su valori effettivamente condivisi e sull’osservanza di un ordine internazionale che era tale ma che all’attualità non pare (la formula dubitativa si impone) esistere più.
La domanda allora da porsi sembrerebbe, tutto considerato, essere la seguente: su quali nuove regole intende fondarsi l’Unione Europea da oggi in avanti? Regole auto-determinate o etero-determinate? E se etero-determinate, da chi? La differenza è a dir poco sostanziale, e la risposta eventualmente da offrirsi potrebbe incidere in maniera definitiva sull’esistenza stessa dell’Unione per come fino ad oggi si era concepita.
L’instabilità economica, politica e sociale, ingenerata da quest’ultimo conflitto, che si aggiunge a quella esistente e direttamente derivata dal periodo pandemico e dallo sconvolgimento creato subito dopo dal conflitto russo-ucraino, sembrerebbero aver incrinato la fiducia dei cittadini verso i rispettivi governi nazionali, impreparati, con buona verosimiglianza, a far fronte alle problematiche emergenti. Il nodo cruciale da sciogliere, quello che preoccupa maggiormente la popolazione, resta quello delle conseguenze sul piano socio-economico di questo ultimo conflitto. Il blocco dello Stretto di Hormuz, noto per essere un cosiddetto choke point strategico, e le mire in pregiudizio delle infrastrutture civili ed energetiche nei paesi del Golfo, sembrerebbero aver riverberato i loro effetti, determinando fin da subito un innalzamento dei prezzi dell’energia idoneo ad ingenerare forte preoccupazione all’interno dei Paesi Europei.
Infatti, per dirlo diversamente, il mercato, con tutto il complesso di regole e variabili che lo caratterizzano, non risponde solo agli sconvolgimenti concreti, tangibili diciamo, ma ancora prima, ossia al momento desso della percezione del pericolo di un cambiamento drastico, riflettendosi così su tutta l’economia reale. Quali risposte vorrà allora offrire l’Unione Europea? Oggi più di ieri, più di sempre, occorre gettare le basi di un sovranismo europeo che possa dirsi realmente tale e che faccia il proprio interesse specifico al di là ed oltre le antiche alleanze.
Giuseppina Di Salvatore – Avvocato, Nuoro
